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La truffa è reato istantaneo

di Selene Pascasi

Il reato di truffa contrattuale si consuma, e inizia a prescriversi, con la perdita definitiva del bene da parte del raggirato, da cui deriva l'ingiusto profitto per l'agente. A sostenerlo è la corte di Cassazione, seconda sezione penale, con la sentenza 20025/11.

Il caso si è aperto a seguito della condotta truffaldina tenuta dal consigliere delegato e da alcuni soci di maggioranza di una società per azioni operante nel campo della biochimica. Danneggiati – secondo la ricostruzione dei fatti portata in processo – risultavano diversi soci di minoranza, indotti in errore a proposito del valore delle azioni e dell'utilità economica della loro cessione a due gruppi societari.

In realtà – come era emerso dall'istruttoria – gli imputati avevano stretto un accordo con le acquirenti per vendere tutte le quote ad un prezzo inferiore rispetto al valore effettivo, con l'intesa che sarebbero state poi acquistate da un'altra società. Fin qui tutto è riconducibile a giochi di mercato, se non per un particolare: la società che, stando ai patti, avrebbe acquisito le azioni era detenuta al 54% dagli stessi imputati. Evidente, dunque, l'ingiusto profitto che questi ne avrebbero ricavato in sede di distribuzione degli utili accantonati.

Si profilava così, in tutta evidenza, la truffa contrattuale. Il Tribunale, però, a chiusura del primo grado di giudizio, ha dichiarato il reato estinto perché prescritto. Contro la sentenza, hanno proposto ricorso sia la parte civile che il procuratore generale. La decorrenza della prescrizione, è la loro motivazione, era stata mal calcolata: in sostanza, non si sarebbe dovuta prendere in considerazione la data di cessione delle azioni, ma quella – successiva – in cui era avvenuta la distribuzione dei dividendi.

Una tesi su cui non ha concordato la Cassazione, che ha respinto i rilievi dei ricorrenti: il delitto di truffa contrattuale non si perfeziona nel momento in cui vengono divisi i ricavati, ma in quello (antecedente) in cui il soggetto passivo – vittima di artifici e raggiri – perde definitivamente il bene.

Quello di truffa, hanno ricordato i giudici di legittimità, è un reato «istantaneo e di danno, la cui consumazione coincide con la perdita definitiva del bene, comportante il danno del raggirato ed il conseguimento dell'ingiusto profitto da parte del l'agente».

Nel sostenerlo, si verifica un allineamento a un orientamento giurisprudenziale che si è assestato in questo senso. Il riferimento è alla decisione delle sezioni unite 18/00, richiamata nella sentenza in questione.

In quell'occasione, la Corte – chiamata a pronunciarsi in ordine a una vicenda in cui oggetto materiale del reato erano alcuni assegni bancari, dati in pagamento dagli acquirenti – aveva precisato che la consumazione della truffa doveva essere individuata con la lesione del patrimonio del soggetto che era stato raggirato (e, pertanto, con l'acquisizione della valuta da parte del reo).

Così, nella vicenda di cui si parla in questo articolo, i soci di minoranza, che erano stati indotti a vendere le loro azioni, avevano perso le quote – e la possibilità di partecipare agli utili – nel momento in cui avevano assunto l'obbligazione di cederle.

È con l'atto della vendita, annota il Collegio di legittimità, che gli stessi soci di minoranza avevano subìto il danno derivante dalla truffa. Ed è da quel momento che, consumatosi il reato, decorre il termine di prescrizione. Le successive operazioni sono qualificabili solo come un post factum, vale a dire come fasi successive al pregiudizio che era già stato subito dai raggirati.

Tra l'altro, puntualizza la Cassazione nel ribadire l'avvenuta prescrizione del reato, il «carattere eventuale della distribuzione degli utili» non può configurare «un prolungamento della condotta e del progetto truffaldino originario, determinativo della vendita delle azioni».

 

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