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La trattativa sul bilancio spacca la Ue

«Ancora non ci siamo » ammette il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy aprendo i lavori del vertice sul bilancio Ue. Doveva cominciare alle tre del pomeriggio. Dopo sei ore di incontri bilaterali, i capi di governo si sono riuniti tutti insieme solo alle 21. E Van Rompuy ha rinunciato a mettere sul tavolo la bozza di compromesso che aveva presentato nei colloqui a tu per tu con i 27 leader europei.
La novità che ha fatto saltare la strategia della presidenza è l’impuntatura del Parlamento europeo, che per la prima volta ha potere di co-decisione sulle prospettive finanziarie della Ue dal 2014 al 2020. Socialisti, popolari, verdi e liberali sono tutti d’accordo nel respingere i tagli draconiani pretesi dalla Gran Bretagna e accettati dalla Germania. La Commissione aveva presentato un progetto di spese per 1033 miliardi in 7 anni. Van Rompuy l’aveva ridotta a 973. Cameron aveva bocciato la proposta e chiedeva tagli fino a 933. L’ultimo compromesso del presidente era sceso a 960 miliardi. Ma il Parlamento ha messo un veto preventivo: non accetterà un bilancio inferiore alla proposta Van Rompuy di 973. «L’Europa è diretta verso un fiscal cliff, come gli Stati Uniti», ha detto il presidente del Parlamento Martin Schulz per dimostrare la serietà della sua posizione. Di fronte all’impuntatura degli eurodeputati, Angela Merkel ha ridimensionato l’appoggio alle richieste di Cameron, che sono sostenute dal “fronte del Nord” (Olanda, Svezia e Danimarca). Anche perché, di fronte ad un bilancio ridotto all’osso, la Germania finirebbe per pagare ancora di più. La lunga maratona notturna dei capi di governo è così cominciata con Italia, Francia e Spagna schierate a fianco del Parlamento; Gran Bretagna, Olanda, Svezia e Danimarca insistono invece sulla necessità di ulteriori tagli alla spesa. Van Rompuy e la Merkel si trovano nella difficile posizione di mediatori.
Ieri intanto sulla situazione economica europea è intervenuto il presidente della Bce. Secondo Mario Draghi, la continua rivalutazione dell’euro non è dovuta a deliberate svalutazioni competitive da parte di Stati Uniti e Giappone, ma è in qualche modo il risultato della ritrovata credibilità della valuta europea. Grazie al ritorno degli investimenti, la zona euro dovrebbe ritrovare la via della crescita nella seconda metà dell’anno. Draghi ha anche rotto il tabù della non interferenza della Bce sui tassi di cambio: «Certamente dovremo vedere se questo apprezzamento sarà sostenuto e cambierà le nostre valutazioni sui rischi per la stabilità dei prezzi », ha spiegato lasciando intendere che, se la situazione non si dovesse correggere, la Banca centrale potrebbe decidere di intervenire.

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