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La trattativa europea su Mps frena sui bond subordinati

È stretta la via per salvare Mps, e va percorsa entro il 29 luglio, data degli stress test Eba da cui la banca uscirà malconcia. Il principale nodo da sciogliere resta il coinvolgimento nelle perdite dei bond subordinati: nodo che vale 5,18 miliardi, e la fiducia nel sistema di 60mila risparmiatori e investitori di mezzo mondo.
Le dichiarazioni si rincorrono, spesso in chiaroscuro: «Per me è abbastanza chiaro che la direttiva Brrd e il Meccanismo unico di risoluzione sono solidi e concordati – ha detto all’Europarlamento Elke Koenig, presidente del Meccanismo cui compete la risoluzione delle banche -. Forniscono qualche margine e alcune soluzioni, quando si parla di eventi come le ricapitalizzazioni precauzionali ». Si riferiva all’art. 32 della Brrd, che «per evitare una grave perturbazione dell’economia di uno Stato» esenta alcuni portatori di interessi dal pagare il pegno che le nuove norme chiedono prima dei salvataggi pubblici di banche. Ma la dirigente tedesca ha anche ammonito che il denaro dei contribuenti sarà versato solo dopo quello degli investitori senesi: «Abbiamo tutti concordato che il bail in (salvataggio privato di banche,
ndr)
e non il bail out (salvataggio statale) è il sistema in vigore».
Il problema è applicare i principi a una realtà complicata dalla Brexit. La prima urgenza, imperativa dopo la lettera Bce del 22 giugno, è sgravare Mps di 10 miliardi di insolvenze, che potrebbe rilevare il fondo Atlante, e colmare il buco che si aprirà nel capitale – stima 2-3 miliardi – con sottoscrizione pubblica di azioni o strumenti equivalenti: magari come i Monti bond che Mps rimborsò troppo presto l’anno scorso.
Nei tavoli tra Roma, Commissione e Bce – dove anche Mario Draghi si sta spendendo sul dossier, che ritiene vitale per la stabilità del sistema – resta da appianare la partecipazione dei “senesi” alle perdite della banca. I soci hanno già pagato quasi tutto, anche se ieri Mps in Borsa ha recuperato un altro 5,4%. I correntisti, anche oltre 100mila euro, non rischiano. Restano 10,8 miliardi di bond, di cui 5,7 senior, privilegiati (anche qui non si rischia). Dove si tratta è sui 15 subordinati da 5,2 miliardi, che hanno rischi e gerarchie di rimborso differenziati. È probabile che i “tier 1”, i più simili alle azioni, siano convertiti in capitale o stralciati: sono 4 emissioni per 434 milioni nominali, oggi deprezzate di circa metà. Scendendo di gerarchia toccherebbe ai titoli “upper tier 2” pagare; e qui c’è il problema, perché c’è un tale bond da 2,16 miliardi venduto a 60mila clienti Mps in tagli da mille. Salvare quello renderebbe però arduo coinvolgere nel “bail in” altri 8 bond meno rischiosi, emessi per 2,52 miliardi e in mano a investitori esperti. Sembra che Bruxelles abbia fatto aperture sull’esenzione dei bond Mps in mano al largo pubblico, mentre i “falchi” del Nord Europa cercano di coinvolgere nelle perdite tutti i subordinati Mps, poi nel caso rimborsare quelli venduti fraudolentemente: un’ipotesi simile a quella delle 4 good bank, e che Roma rifiuta per evitare analoghi strascichi polemici. L’Italia invece insegue l’idea di purgare solo i tier 1, benché il loro valore sia tanto ridotto da spiacere ai “falchi”. «In qualche caso, non solo in Italia, ci possono essere problemi di transizione che, se si vuole affrontarli, sono problemi sociali », ha detto Koenig. Roma vuole la soluzione prima degli stress test del 29, per pararne i colpi.
Intanto il cda della Popolare di Vicenza ha incaricato lo studio Pavesi Gatti Bianchi di valutare «tutte le azioni volte a ristorare i danni subiti dalla banca» da precedenti gestioni.

Alberto D’Argenio Andrea Greco

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