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La Tobin tax stende la City

di Giuseppe Di Vittorio

A Bruxelles mettono la tassa ma a pagarla praticamente sono quasi solo gli inglesi. E così la tassa sulle transazioni finanziarie rischia di infoltire il plotone degli euroscettici in Gran Bretagna. Prove tecniche di fuori uscita si sono avute già all'inizio di questa settimana quando nel Parlamento britannico una fronda di 78 deputati seduti dietro i banchi della Camera dei Comuni ha chiesto l'indizione di un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna all'interno dell'Ue.

 

La mozione è stata poi respinta.

L'Euroscetticismo sul fronte istituzionale Oltremanica si è praticamente impennato con la proposta fatta dalla Commissione europea di istituire la cd Tobin tax, una tassa sulle transazioni finanziarie. L'idea è stata lanciata a fine settembre dal presidente della Commissione europea il portoghese Manuel Barroso davanti all'Europarlamento riunito per ascoltare l'annuale discorso sullo stato dell'Unione. La nuova tassa graverebbe per lo 0,1% sul controvalore delle negoziazione ad eccezione dei derivati. Sui contratti a leva finanziaria il peso sarebbe dello 0,01%, visto che i controvalori unitari negoziati sono in media venti volte più alti rispetto agli strumenti tradizionali. La tassa dovrebbe entrare in vigore per il 2014.

Ma perché gli ultimi tifosi dell'Europa in Gran Bretagna stanno per gettare la spugna? L'80% della nuova imposta, secondo fonti finanziarie inglesi, graverebbe sulla piazza finanziaria Londinese. Ma a far paura sul Tamigi non è tanto il quanto della tassa sulle transazioni finanziarie ma il come. I paperoni della City non si sono tirati indietro quando il fisco di Sua maestà gli ha chiesto la tassazione dei bonus al 50%, in nome del risanamento dei conti pubblici inglesi provati dai costi della ricapitalizzazione delle banche e della crisi. In questo caso hanno paura che svanisca base imponibile e gettito, almeno per come è stata congegnata la tassa. L'imposta infatti renderebbe economicamente svantaggioso tutto il trading intraday, quello con operazioni aperte e chiuse in giornata. Questo tipo di negoziazione pesa secondo la Borsa Inglese per il 50%. Ogni operazione parte in base alle aliquote con peso del -0,20% sul risultato. In un sol colpo sparirebbero gettito, volumi di negoziazione e ricavi per i broker. La tassa, contestano poi gli operatori, si applica agli investimenti a prescindere dalla realizzazione dei guadagni.

Le preoccupazioni non sono però circoscritte all'industria della negoziazione. Sempre secondo fonti inglesi, il contributo al pil della finanza sarebbe superiore al 50%. Non sorprende quindi che per scongiurare il pericolo della tassa sulle transazioni finanziarie si sia mossa anche la Confindustria inglese (Cbi).

Le fila degli euroscettici si sono ampliate grazie al lavoro che in questi giorni sta svolgendo l'Associazione di categoria degli intermediari finanziari britannici (Afme). La categoria si sta muovendo su più fronti: da un lato quello parlamentare sensibilizzando alcuni deputati sul tema, dall'altro, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, con i tecnici del Ministero del tesoro per capire l'impatto dell'imposta sull'economia britannica.

La tassa sulle transazioni e la recente crisi di alcuni paesi dell'Eurozona ha ampliato la mappa degli euroscettici. I limiti alla sovranità nazionale sono guardati con ostilità non solo da alcune fronde nazionaliste ma anche dall'area liberal, questo è uno elemento di novità. Fin qui l'ala conservatrice del parlamento. Ma quella laburista? «Una tassa di questo tipo rende inefficienti i mercati, per effetto della liquidità ridotta, peggiora quindi i costi di accesso al credito delle imprese», ha spiegato un'operatore della City. L'industria finanziaria conta quindi di sensibilizzare anche le coscienze democratiche e progressiste sul tema. La mozione pro referendum anti europeo è stata sottoscritta anche da 9 deputati laburisti e 8 deputati democratici dell'Irlanda del Nord.

Prima ancora di una fuori uscita della Gran Bretagna dell'Ue sul futuro si profila uno scontro fra tecnicismi. In materia fiscale è sufficiente il veto di un solo paese per bloccare la direttiva. Da un lato quindi i tecnici del ministero inglese stanno studiando un modo per evitare alla Gran Bretagna l'applicazione delle norma. Dall'altra i tecnici dell'Unione europea stanno già studiando possibili contromisure a obiezioni tecniche. Una è già indicata in direttiva, i fondi che arrivano a Bruxelles dalla tassa saranno sottratti alle altre provviste che il paese è tenuto a versare all'Europa.

Lo scontro però potrebbe aprirsi fin da subito. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha proposto di inserire tra i temi trattati nel prossimo G20 di Cannes il 3 e 4 di novembre proprio la tassa sulle transazioni finanziarie, cosa invece osteggiata da Londra. Il grosso degli scambi finanziari rischia infatti di trasferirsi a New York, Singapore o Hong Kong se l'applicazione della tassa non è globale.

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