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La Tobin tax salassa i derivati

Con la Tobin tax un salasso sui derivati. Per effetto della tassa sulla transazioni finanziarie prevista nel disegno di legge di stabilità, le operazioni in future e derivati rischiano una lievitazione dei costi del 900-1000%. rispetto agli attuali livelli. Un aumento tale da non rendere più economicamente giustificabili le operazioni.

Il rischio? Una parte degli eseguiti migrerebbero all’estero eludendo l’imposta, mentre un’altra parte cadrebbe nel nulla. Il governo stima una riduzione dei volumi dell’80% non tenendo conto però dell’effetto elusione con il trasferimento dei conti all’estero.

I costi. Ma entriamo nei dettagli dell’aumento dei costi con un esempio cercando di capire a quali voci va imputata la lievitazione dei costi dell’operatività. Un’operazione sull’indice di Piazza Affari Ftse Mib costerebbe grosso modo in base ai prezzi attuali 80 euro. La quota sarebbe solo la parte legata all’imposta sulle transazioni finanziarie; a questa vanno poi aggiunte le commissioni di negoziazione, l’eventuale imposta sul capital gain in caso di esito positivo dell’operazione e i vari bolli sul conto titoli e conto corrente. Partendo dalle tariffe di negoziazione, esse al momento si attestano intorno ai 18 euro, ma la riduzione dei volumi ammessa anche dallo stesso governo in caso di introduzione dell’imposta necessariamente comporterebbe un lievitazione delle commissioni. I costi fissi sia dei broker che delle borse andrebbero ripartiti su un numero inferiore di eseguiti e cosi il loro costo unitario di produzione salirebbe almeno a 30 euro. Gli oneri connessi all’imposta non finiscono però qui. Il calo della liquidità, l’esiguità di compratori e venditori per essere più chiari, peggiorerebbe le condizioni di negoziazione e cosi via su di altri 75 euro.

Fin qui i costi vivi. Poi come detto l’operazione è zavorrata dalle imposte tradizionali sui capital gain, 20% degli utili e bolli tradizionali (conti titoli e conti corrente). L’aspetto più controverso della vicenda è che la tassa sulle transazioni verrebbe pagata anche in caso di perdita. Va peraltro sottolineato che il future sul Ftse Mib è il contratto più scambiato in Italia, e che i costi salgono ulteriormente quanto si passa ad altri derivati come quello sull’indice tedesco Dax. L’imposta lieviterebbe anche in caso di ascesa delle quotazioni dell’indice.

Il presupposto oggettivo. Il disegno di legge è molto chiaro sul presupposto oggettivo della Tobin tax: tutte le operazioni in derivati vengono colpite dall’imposta, incluse quindi quelle in indici esteri e materie prime. Nella base imponibile rientra anche il forex, le valute sono scambiate tramite i contract for difference (un derivato). Fuori dall’imposta sono invece le operazioni in derivati sui titoli di stato emessi dall’Italia o da altri stati dell’Unione europea con i quali c’è un adeguato scambio di informazioni. Un aspetto imbarazzante per l’esecutivo per tre motivi. L’imposta è stata propagandata come uno strumento di lotta alla speculazione. Chi la farà diventare legge dovrà dimostrare, quindi, che sui titoli di stato non c’è stata speculazione. Un’impresa ardua dopo quello che è accaduto sugli spread. Non è la prima volta, poi, che lo stato si autopromulga una legislazione fiscale di favore. Era già successo pochi mesi fa con il capital gain e gli interessi, al 12,50% per Bot, Btp & company, al 20% per tutti gli altri. Terzo, l’idea di tenere fuori i titoli di stato è la solenne constatazione che l’imposta crea problemi anche in fase di emissione dei titoli. Le imprese quindi saranno danneggiate dal provvedimento.

Il presupposto soggettivo. Quanto al presupposto soggettivo la semplice residenza in Italia comporta l’assoggettamento all’imposta. Cosi, allo stesso tempo, due Hedge Fund americani che si scambiano centinaia di lotti non vengono colpiti dal tributo. Il testo del dl all’esame del parlamento non fa distinzione fra operazioni intraday, cioè quelle aperte e chiuse in giornata e quelle che durano più sedute. L’imposta, al momento, va quindi pagata su tutti gli eseguiti. Diversamente invece da quanto precisato dalla legge francese già in vigore da agosto. I transalpini hanno escluso derivati, operazioni intraday, obbligazioni e titoli azionari al di sotto di 1 miliardo di euro di capitalizzazione. Il governo stima di ricavare dalla tassa sulle transazioni finanziarie 1,088 miliardi di euro di cui la metà circa dovrebbe arrivare dai derivati. Il dubbio è se l’imposta ridurrà a zero l’operatività in derivati visto come è stata costruita o se invece, come stima il governo, due operatori su dieci continueranno a lavorarci. Alla ricerca dei voti nel consiglio. Ad ogni modo il testo italiano dovrebbe convivere con quello europeo. L’Italia ha aderito all’istituto della cooperazione rafforzata. Undici paesi dell’Europa andranno avanti sul progetto di Tobin tax. Se il lasciapassare della Commissione appare scontato, tutto da dimostrare è invece il via libera del Consiglio europeo. In quella sede serve la maggioranza qualificata e non tutti i paesi sono ugualmente rappresentati. Secondo alcuni calcoli degli oppositori alla Tobin (16 stati contrari), all’appello mancano non meno di 29 voti. I paesi favorevoli, infine, sono ben lontani dal trovare un accordo fra loro sulla destinazione dei fondi, cosi come appare complicato il dibattito fra legislatore comunitario e nazionale sull’accaparramento dell’entrate. Succo del discorso: se il testo europeo non passerà entro il 1° gennaio del 2013, l’Italia rischia di ritrovarsi come primo e unico paese al mondo con la Tobin tax.

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