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La terza

L’acronimo è Hamu sta per «Hub Abruzzo Marche Umbria». Il progetto è ambizioso per come si colloca nell’Italia degli anni Venti che esce dalla pandemia. Riprendere in mano il dossier della «via adriatica dello sviluppo» che si identifica con i nomi-simbolo di un imprenditore (Vittorio Merloni) e di un economista (Giorgio Fuà) e rilanciarlo nell’epoca dell’economia dei flussi, del capitale umano e degli Esg.

Quaranta anni dopo quell’intuizione Abruzzo, Marche e Umbria pur avendone viste di tutti i colori — dalla Grande Crisi 2008-15 al terremoto del 2016 — hanno ancora un buon presidio manifatturiero in svariati settori (dall’abbigliamento alla meccanica passando aerospazio e agro-alimentare) che le classifiche registrano puntualmente sorprendendo gli analisti.

Ma i promotori di Hamu hanno capito benissimo che senza costruire attorno alle medie imprese di successo delle filiere moderne e un ecosistema vitale non riusciranno a evitare marginalizzazione, fuga dei talenti e calo demografico. È evidente che dal punto di vista infrastrutturale e dei legami di fornitura con le economie forti della Ue il nuovo triangolo industriale Milano-Bologna-Treviso gode di condizioni ottimali, ma la Terza Italia pensa di poterne replicare almeno alcune.I gelati

Per farlo bisogna far evolvere una comunità operosa di laboratori e Pmi in qualcosa di diverso e così Hamu ha messo al centro della rinascita adriatica la collaborazione tra università e sistema industriale con l’obiettivo di favorire la giusta formazione, il trasferimento tecnologico e la nascita di start up.

Spiega Gian Mario Spacca, ex governatore delle Marche e ora coordinatore dell’associazione: «È recente la notizia che Maria Paola Merloni ha avviato un’impresa di macchine per il gelato partendo da un brevetto inglese. Il nostro obiettivo è che casi come questo si moltiplichino, usando però i brevetti che ci sono nei cassetti delle università delle tre regioni e che cercano solo imprenditori appassionati e capitali pazienti. Noi vogliamo rendere possibile questo duplice incontro».

A costituire Hamu sono stati gli atenei di Perugia e l’Aquila, la Politecnica delle Marche, il Gran Sasso Science Institute insieme alla Fondazione Aristide Merloni e alle Confindustrie di Abruzzo, Marche e Umbria. Una coalizione della società civile che ha già messo a segno un primo successo: l’interessamento del presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Giovanni Gorno Tempini e l’apertura di un ufficio interregionale Cdp ad Ancona. «Con loro siamo disposti a fare da cavie per creare un modello virtuoso e replicabile altrove» chiosa Spacca.In cerca di modelli

Nessuno si nasconde le differenze con il tempo di Fuà: allora il successo della via adriatica si basò sul decentramento produttivo delle fabbriche fordiste, su un sistema produttivo che coniugava coesione comunitaria e flessibilità operativa.

Oggi non basta specializzarsi ma occorre creare vantaggio competitivo e saper attrarre investimenti e capitale umano. Se proprio serve un modello si può guardare alla vicina Emilia-Romagna, un pilastro dell’economia del Nord, che al dialogo imprese-università ha saputo aggiungere un’amministrazione che accompagna i processi di trasformazione. «La ricerca di un posizionamento basato sulla qualità deve servire anche ad aumentare la dimensione media delle imprese superando il contrasto tra piccola e grande azienda — dice Francesco Merloni, presidente onorario della Ariston Thermo, 7 stabilimenti nelle Marche, 500 fornitori e 200 milioni di acquisti —. Per questa via si aiuterebbe sicuramente il settore della moda che oggi guarda prioritariamente alla Toscana o il calzaturiero nel quale non mancano le possibilità di aggregazione».

In queste tre regioni, aggiunge Marco Fracassi, presidente di Confindustria Abruzzo, ci sono imprese che realizzano Ebitda molto interessanti, «ma dobbiamo porci obiettivi che vanno oltre la redditività di breve periodo e siano capaci di individuare traiettorie di sviluppo per un’intera comunità».

Così sarà possibile coinvolgere pienamente Cdp e cambiare i comportamenti delle banche laddove necessario. Anche se sul piano del reperimento delle risorse c’è un progetto di Confindustria Umbria per raccogliere il risparmio del territorio, che conta sul Dna da formiche degli abitanti della Terza Italia (la propensione al risparmio nel 2020 ha anche superato in un trimestre quota 20%).

Hamu non è un think tank, ci tiene a sottolineare il presidente Maurizio Oliviero, rettore dell’università di Perugia, e infatti si è data un calendario stringente che punta nel giro di un paio di mesi a produrre quattro-cinque esperienze concrete.

«In partenza abbiamo realizzato un consorzio tra le quattro università per instaurare una collaborazione di tipo diverso dal passato, non più competizione al ribasso ma impegno comune per tirar fuori quei 350 tra invenzioni e brevetti che abbiamo nei cassetti e verificare come da quelle idee possano nascere delle imprese a tutti gli effetti».

In tema di formazione la collaborazione ha tre obiettivi: una business school stile Sda Bocconi, lauree professionalizzanti e sviluppo degli Its. E inoltre il metodo «competitivo» seguito dagli atenei dovrebbe valere, secondo Olivero, più in generale. «Dobbiamo considerare le tre regioni come un insieme, un unico territorio che ha flussi di mobilità interni, evita duplicazioni di spesa ed è capace di scommettere sulla qualità delle produzioni e dei servizi. Tanti Brunello Cucinelli per riferirci a un caso concreto e in questo modo eviteremo che gli studenti che formiamo qui, un minuto dopo la laurea se ne scappino».Non solo cultura

Come è ovvio, perché le università diventino le «nuove case dello sviluppo», occorre una discontinuità. «Significa che i docenti non devono pensare solo in chiave di ricerca ma devono avere in testa l’impatto che possono avere i loro risultati — sostiene Gianluca Gregori, rettore della Politecnica delle Marche —. Nei sistemi universitari l’innovazione c’è, ma si interrompe quando le si para davanti il mercato. E invece noi vogliamo andare oltre, mappare idee e brevetti e creare un dialogo con gli investitori. Perciò come Hamu abbiamo attivato un gruppo di lavoro che sta facendo uno screening dei progetti esistenti e ci sono già degli imprenditori che si sono proposti come potenziali sperimentatori».

Ma riuscirà il tentativo della Terza Italia di agganciare i vagoni di testa? Molto dipenderà dalla coerenza con la quale si perseguiranno gli obiettivi individuati e dal tipo di interlocuzione che si stabilirà con le amministrazioni, abituate a ragionare sui rispettivi mercati elettorali e non certo in chiave di macro-regione. Dall’esterno viene da aggiungere che in attesa di capire come il dopo-pandemia rimescolerà le gerarchie delle imprese, dei settori e dei territori star fermi sarebbe comunque un errore.

Non è un caso che la decisione di delocalizzare in Polonia da parte di Elica, una delle più celebrate aziende di elettrodomestici basata proprio nelle Marche, abbia fatto scalpore. Sembra quasi di recarsi a un cinema d’essai per vedere un film degli anni ‘90 e invece siamo nel 2020 dove nelle lavorazioni a modesto valore aggiunto il made in Italy finisce per arrendersi al differenziale di costo del lavoro. Hamu ha in testa altro per lo sviluppo delle tre regioni e il dialogo con le università lo prova.

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