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La telematica sblocca la giustizia ma timori su privacy e garanzie

L’emergenza coronavirus sta cambiando la giustizia, che diventa sempre più telematica. E se nel rito civile e in quello amministrativo il percorso verso la digitalizzazione è iniziato da tempo e la possibilità di trattazione scritta riduce (ma non elimina) le difficoltà, nel processo penale dove vige il principio dell’oralità del dibattimento, l’impatto è più forte e sta suscitando accese polemiche. I timori riguardano soprattutto la riservatezza dei dati e la tutela delle garanzia della difesa.

Il disegno di legge di conversione del decreto Cura Italia (18/2020) che dovrebbe essere approvato questa settimana estende infatti la possibilità di svolgere in videoconferenza e con collegamenti da remoto indagini preliminari, udienze penali e camere di consiglio. L’allargamento scatterà dal 12 maggio, alla fine del periodo di sospensione delle udienze e dei termini, e durerà fino al 30 giugno. Dal 1° luglio l’attività giudiziaria dovrebbe tornare alla normalità ma gli operatori temono il caos: sia per l’accumulo di ritardi e per l’ingorgo di fascicoli, sia per la necessità di distanziamento e tutela sanitaria determinati dal perdurare del rischio contagio.

Eppure, l’esperienza che la giustizia farà nelle prossime settimane potrebbe lasciare qualcosa in dote e far scoprire che alcuni “momenti” del processo, oggi affidati all’oralità e alla presenza fisica, possono essere svolti in modo più rapido e altrettanto efficace online o per iscritto. Ad esempio, con il collegamento da remoto, il giudice può interrogare direttamente l’imputato detenuto in un’altra città senza delegare un collega sul posto che non conosce il processo.

Processo penale «digitale»

Intanto, fino al 30 giugno, si potranno svolgere da remoto le indagini preliminari e le udienze, con l’eccezione di quelle in cui devono essere sentiti testimoni o persone offese non costituite parti civili (si veda l’articolo qui sotto).

Certo, le udienze penali via computer non sono una novità assoluta; prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria, però, sono state utilizzate solo in situazioni particolari, previste dall’articolo 146-bis del Codice di procedura penale: partecipano a distanza al dibattimento i detenuti in carcere per reati di criminalità organizzata e terrorismo e le persone ammesse a programmi o misure di protezione. Ora, invece, si apre la possibilità di processare da remoto anche gli imputati liberi o sottoposti a misure cautelari diverse dalla detenzione, che dovranno collegarsi dalla stessa postazione del difensore.

Il funzionamento pratico dei collegamenti deve essere regolato da un provvedimento del direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del ministero della Giustizia. Finora sono stati utilizzati Skype for business e Teams di Microsoft.

L’applicazione

I nodi da sciogliere sono diversi e investono sia questioni di principio normativo-costituzionali sia di carattere organizzativo (come difficoltà di collegamento e supporti tecnici) che relative alla sicurezza e alla segretezza dei dati. La posizione più dura contro la smaterializzazione del processo è quella dell’Unione camere penali che teme che le nuove misure possano essere confermate anche dopo la fine dell’emergenza.

Per i penalisti il collegamento da remoto riduce le garanzie per l’imputato poiché impedisce un reale contraddittorio e mette in pericolo il principio dell’oralità e dell’immediatezza del processo penale. Ma gli avvocati sottolineano anche i rischi per la riservatezza e la segretezza dei dati, visto che la partecipazione a distanza avviene su programmi commerciali. Tanto che hanno scritto al Garante privacy che, a sua volta, ha chiesto informazioni al ministero della Giustizia. «Abbiamo proposto modifiche – dice il presidente delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza – che consentano la trattazione in sicurezza dei processi. Possiamo fare in modo che si vada in aula il meno possibile e che il numero dei partecipanti sia il più basso possibile. Ma non si può smaterializzare l’aula».

Più positivi i magistrati, per cui comunque le deroghe “digitali” non possono diventare la norma: «L’emergenza sanitaria – osserva il presidente dell’Anm, Luca Poniz – sta paralizzando il Paese e la giustizia. Per ripartire l’attività di udienza non può che avvenire con modalità da remoto. Siamo anche favorevoli a un’applicazione diversa delle norme da sede a sede, in base alla gravità del contagio. Sono comunque disposizioni dettate per l’emergenza, che finiranno con essa».

Una posizione condivisa da Magistratura democratica che in una nota ha sottolineato che una volta superata la fase critica occorre ripristinare le norme che garantiscono «al massimo grado i diritti e le libertà delle persone».

Il processo civile

Meno rivoluzionarie, ma comunque significative, sono le mutazioni che sta vivendo in questo periodo di emergenza il processo civile. In base al testo già in vigore del decreto legge cura Italia, i giudici stanno “sostituendo” dove possibile le udienze con il deposito di note scritte, sfruttando il canale del processo civile telematico. E la telematica si prepara a debuttare (sempre solo fino al 30 giugno) anche in Cassazione, finora rimasta esclusa dal Pct.

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