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«La tecnologia? una supercar che ha bisogno di piloti» La ricetta di Ibm per ripartire: dati e competenze condivisi

«La pandemia ha aumentato la consapevolezza del bisogno di tecnologia. È come se avessimo scoperto di avere una supercar parcheggiata in garage. Adesso però va messa in moto».

Stefano Rebattoni, da gennaio è il nuovo amministratore delegato di Ibm Italia, il colosso americano che negli ultimi cinque anni ha investito oltre 90 milioni di euro nel nostro Paese tra il cloud data center di Cornaredo e la nuova sede di Milano, gli Ibm Studios, arroccati tra i grattacieli futuristici di piazza Gae Aulenti.

Da qui, dal centro attorno a cui orbitano ogni giorno oltre 2500 professionisti della tecnologia, Ibm, da 94 anni presente in Italia, offre il suo contributo alla ripartenza economica. E lo fa con una ricetta hi tech per sostenere la ripresa del Paese, chiamato a fare un salto «quantico» in termini di cultura tecnologica.

La nuvola

«Riprendendo la metafora della macchina — spiega Rebattoni — dobbiamo sfruttare il motore. Penso quindi a una transizione digitale basata sulla condivisione della tecnologia. In particolare dobbiamo lavorare per il potenziamento del cloud». Un’accelerazione verso la nuvola quanto mai necessaria: ad oggi l’80 per cento dei dati risiede nelle aziende e solo il 20 per cento è sul web. Secondo l’Istat solo 2 imprese italiane su 10 sono digitalizzate ad alti livelli e meno del 10 per cento sfrutta l’intelligenza artificiale e i big data.

Ibm sostiene quindi la necessità di una tecnologia aperta ed accessibile che supporti le aziende dei diversi settori dell’economia. Una visione portata anche ai tavoli di confronto sul Recovery plan italiano. «Abbiamo partecipato e stiamo dialogando con Confindustria. Siamo convinti che le aziende all’avanguardia, in genere le multinazionali, debbano dare l’esempio. In Italia questo è fondamentale considerando le milioni di piccole e medie imprese del Paese», aggiunge Rebattoni. Qualche segnale positivo, va detto, c’è. «Se si guardano — sottolinea — i piani industriali presentati dalle grandi realtà italiane, è evidente come il digitale sia una delle principale aree di investimento. Ora bisogna trasferire questa visione anche al resto delle imprese».

I settori

Rebattoni, è certo che l’innovazione possa essere un supporto decisivo alla competitività dei diversi settori dell’economia italiana. È il caso dell’alimentare e della grande distribuzione dove si può lavorare sulla tracciabilità dei prodotti attraverso block chain. «Lo abbiamo fatto — racconta — con il gruppo Bolton, Rio Mare, grazie a un codice posto sulla scatoletta attraverso cui è possibile verificare la filiera del pescato. Un sistema analogo è stato adottato nel fashion con Piacenza Cashmere in ottica di sostenibilità». Senza dimenticare il salto necessario che la pubblica amministrazione deve compiere per rimanere al passo con i tempi. «Su questo fronte — dice — occorre insistere per l’interoperabilità dei vari sistemi pubblici. Ad oggi esistono strutture a silos: semplificando i vari comparti non si parlano e questo rende difficile condividere i dati. Occorre quindi fare di più per essere ancora più vicini ai cittadini e superare la burocrazia». Che è poi grande «ganascia» del sistema Paese.

La tecnologia può poi trasformare la finanza. «Le banche diventeranno sempre più fornitori di servizi piuttosto che venditori di prodotti a bassa marginalità. I dati suoi clienti sono la grande ricchezza di una banca. Penso alla gestione del credito che vivrà di intelligenza artificiale», aggiunge Rebattoni. Molto può essere fatto rispetto alle infrastrutture: autostrade , ponti, viadotti, reti elettriche e idriche che potrebbero raggiungere nuovi livelli di efficienza grazie al gemello digitale, una replica digitale della struttura, e grazie alla manutenzione predittiva. «Ad esempio — racconta il ceo— in collaborazione con Autostrade Tech e Fincantieri si è deciso di dotare 3.500 ponti e viadotti di sensoristica che, tramite rilevazioni anche aeree con droni, può facilitare la raccolta di informazioni sulla struttura». Dati sullo stato e sulle sollecitazioni a cui è sottoposta che possono semplificare il lavoro del manutentore.

Le competenze

La supercar però ha bisogno di piloti. «Servono persone con le competenze giuste. Occorrono ingegneri, sviluppatori, esperti di dati», chiarisce Rebattoni. Anche per questo Ibm sta investendo sulla formazione Stem, ovvero le discipline scientifico-tecnologiche.

In questo senso vanno le iniziative di Ibm tra cui spicca P-Tech Taranto, che ogni anno coinvolge 290 studenti di sei scuole secondarie della città in percorsi di formazione sul digitale, e Open P-Tech, una serie di moduli formativi gratuiti pensati per i più giovani.

L’azienda sta poi dando impulso anche alla formazione femminile incoraggiando le più giovani con progetti specifici come «Nerd? (Non È Roba per Donne?)». Un modo per arricchire e allargare un settore ancora oggi a prevalenza maschile. «Bisogna — rimarca Rebattoni — fare leva su una collaborazione pubblico-privata per rinnovare le competenze. Idealmente servirebbe un piano regolatore del digitale ma non ne abbiamo il tempo. La spinta deve partire dalle eccellenze digitali del Paese».

Il tempo per agire è ora secondo il ceo. «Lo ripeto. Bisogna andare oltre al concetto di proprietà del dato, la forza dei dati sta tutta nella loro condivisione», conclude Rebattoni.

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