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La tassa sui telefonini va pagata

di Marco Bellinazzo

L'agenzia delle Entrate ribadisce: la tassa sulle concessioni governative sui contratti di abbonamento per l'utilizzo dei telefonini va pagata ed è dovuta da tutti gli utenti, comprese le amministrazioni pubbliche non statali come i Comuni. Lo precisazione è arrivata ieri con risoluzione 9/E. Secondo l'Agenzia, infatti, l'entrata in vigore del Codice delle comunicazioni (il decreto legislativo 259/2003) non ha abolito il presupposto normativo per il pagamento del tributo.
Non la pensano così, tuttavia, le commissioni tributarie provinciali che nei mesi scorsi hanno dato ragione, in particolare ai comuni veneti, esentandoli dal versamento della concessione governativa.
Ma per le Entrate, che hanno risposto a un interpello trasmesso dall'Agenzia interregionale per il fiume Po, sono «molteplici le conferme dell'attuale efficacia dell'articolo 21 della Tariffa allegata al Dpr n. 641/1972». Il Codice delle comunicazioni – spiega la Direzione centrale normativa – ha abrogato l'articolo 318 del Dpr 156/1973, che disciplina la "licenza di esercizio", ma non è stata in alcun modo alterata l'efficacia dell'articolo 21 della Tariffa. «Questa norma prevede il pagamento della tassa di concessione governativa a fronte del rilascio della "licenza o documento sostitutivo per l'impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione"».
Per l'Agenzia conferme circa la sussistenza del tributo si rintracciano nella legge 244 del 2007 che, esentando i non udenti dal pagamento del tributo, di fatto, ne ha confermato l'obbligo per gli altri utenti. Inoltre, nell'articolo 219 dello stesso Codice delle comunicazioni si stabilisce che dall'attuazione del nuovo regime «non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato», e quindi «si individua una condizione impossibile da soddisfare se non fosse previsto il pagamento del tributo».
Nelle valutazioni delle Entrate oltre ai privati anche le amministrazioni pubbliche non statali, come gli enti locali, sono tenute, come detto, al pagamento del tributo. La qualifica di amministrazione pubblica, dunque, non esonera dall'obbligo del pagamento. «La risoluzione 55 del 2005 chiarisce – secondo le Entrate – che le amministrazioni statali, essendo diretta emanazione dello Stato, "titolare di ogni diritto e facoltà", come quest'ultimo non necessitano di apposite autorizzazioni per l'esercizio di determinate attività. Non necessitano, quindi, di alcuna licenza o documento sostitutivo neppure per l'impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile».
Sono estranee al regime di favore tutte le amministrazioni pubbliche diverse da quelle statali. L'Agenzia cita il precedente di una sentenza emanata a maggio dalla Commissione regionale di Venezia-Mestre (76/6/11) che impone l'assoggettamento dei Comuni al tributo in quanto «dotati di autonomia politica, amministrativa e finanziaria e quindi distinti ed autonomi rispetto alle Amministrazioni dello Stato».
Non saranno soddisfatti di questa posizione i comuni veneti che nei mesi scorsi hanno ottenuto, al contrario, in appello contro l'agenzia delle Entrate il riconoscimento delle proprie ragioni. La Ctr Veneto aveva, infatti, respinto a marzo 2011 il ricorso dell'amministrazione finanziaria contro le sentenze delle commissioni provinciali favorevoli a due gruppi di comuni. Al centro delle battaglie venete c'erano tasse per 135mila euro. A non reggere il vaglio dei giudici tributari è proprio l'impianto della tassa governativa sui cellulari in abbonamento, che questa parte della giurisprudenza considera abolito dopo l'intervento con cui il codice delle telecomunicazioni ha liberalizzato il settore. Nel nuovo ordinamento, in pratica, chi ha un abbonamento non sarebbe sottoposto ad alcun provvedimento di concessione o autorizzazione, per cui nei fatti decadrebbe il presupposto stesso della tassa.
Oltre alle amministrazioni locali anche le associazioni dei consumatori, nei mesi scorsi, sono scese sul piede di guerra diffondendo lettere di diffida e istanze di rimborso che hanno anche spinto, in qualche caso, le compagnie telefoniche a rivedere i tariffari.

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