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La tassa su Google divide la sinistra Renzi frena: “Non è una grande idea”

Sale il livello dello scontro sulla Web tax. Il neo segretario del Pd Renzi ieri ha ribadito la sua contrarietà all’emendamento (già approvato) che introduce nella legge di Stabilità la tassa per i giganti di Internet. «Chiediamo a Letta di eliminare ogni riferimento alla Web tax e porre il tema durante il semestre europeo», ha insistito ieri il sindaco durante #matteorisponde, la chat settimanale su Twitter. Con il risultato di spaccare i deputati Pd alla Camera tra favorevoli e contrari alla cancellazione. Il ministro dello Sviluppo economico Zanonato (Pd), pur definendo l’emendamento «grossolano», lo difende e si schiera con le aziende italiane che «devono essere messe nelle stesse condizioni di quelle che vendono su Internet».
COSA prevede l’emendamento approvato alla Camera?
In realtà si tratta di due norme, entrambe votate e passate. La prima, proposta dal deputato Fanucci (Pd), impone alle aziende italiane di acquistare unicamente prodotti e servizi online da soggetti muniti di partiti Iva. La seconda, firmata dalla collega Covello (Pd), costringe chi compra servizi di pubblicità online e “servizi ad essa ausiliari” a regolare le transazioni esclusivamente mediante bonifico bancario o postale, per renderle tracciabili.
Qual è l’obiettivo delle norme?
Obbligare le multinazionali del Web ad aprire la partita Iva in Italia e costringerle così a rinunciare agli escamotage fiscali che consentono loro di non fatturare dove vendono i prodotti o servizi, ma laddove hanno la sede, di solito Paesi dotati di regimi fiscali agevolati. È il caso di Google in Irlanda e di Amazon in Lussemburgo.
Sono pratiche lecite?
Si, ma elusive. Un’inchiesta del settimanale americano BusinessWeek calcola in 3,1 miliardi di dollari i risparmi di tasse che Google si è assicurata solo tra il 2007 e il 2009 grazie al  double Irish, il “doppio irlandese”. Una strategia fiscale legale che consente al colosso di Brin e Page di convogliare l’88% di quanto guadagnato, fuori dagli Usa, in Irlanda. Per poi dirottarlo – tramite società di facciata, anche questa irlandese – nei paradisi fiscali, come le Bermuda. In questo modo, nel triennio considerato, Google ha pagato il 2,4% di tasse, contro percentuali tra 4,5 e 25,8 dei concorrenti Apple, Oracle, Microsoft, Ibm.
Quanto ci guadagna l’Italia con le nuove norme?
La proposta Fanucci non è “cifrata”. L’altra – l’obbligo di bonifico – ha invece il “bollino” della Ragioneria generale. Secondo la relazione tecnica (che utilizza dati AgCom), tra Ires e Irap, gli incassi per l’erario sarebbero pari a 137,9 milioni nel 2014, 92 milioni nel 2015 e 101,3 nel 2016. Solo il fatturato italiano da raccolta pubblicitaria di colossi come Twitter, Facebook, Groupon, You-Tube, e-Bay valeva 1,5 miliardi nel 2012. Circa 3,2 miliardi il totale, considerati gli altri operatori web. Ne varrà 4,3 di miliardi nel 2015 (il mercato della pubblicità online cresce del 30-40% l’anno, del 1000% dal 2005). Facebook però nel 2012 ha versato all’Agenzia delle Entrate appena 132 mila euro, Google 1,8 milioni. La Apple 3 milioni (su circa 3 miliardi di fatturato). Insieme ad Amazon, 6 milioni in quattro. Briciole.
Quali sono le ragioni di chi è contrario alla Web tax?
Il timore di marginalizzare le aziende italiane dall’economia digitale. E la “bocciatura” dell’Europa. Il segretario del Pd Renzi sostiene che la «Web tax è un errore», spiegando che «è giusto evitare l’elusione», ma non «con una battaglia di principio che fa l’Italia» da sola. La rivista americana Forbes attacca duramente Roma definendo la tassa «indubbiamente illegale» rispetto alla normativa europea. Tesi suffragata dal-l’Istituto Bruno Leoni che spiega l’illegittimità con «il contrasto ad obblighi internazionali».
Ma perché c’è bisogno di una tassa così?
Perché «stiamo assistendo alla più grande emorragia finanziaria della storia del capitalismo», sostiene Francesco Boccia (Pd), già autore di un ddl in materia, poi rimpiazzato dalla norma Fanucci. «Penso che Renzi sia mal consigliato sulla Web tax», ha detto ieri Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo editoriale L’Espresso. «Dire “risolviamo il problema in Europa” mi sembra un po’ buttare la palla in tribuna. Non vedo perché Google debba essere esentata dal pagare le imposte, quando in Italia realizza fatturati e utili imponenti ».

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