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La tassa piatta (che non conviene)

La richiesta di riduzione del cuneo fiscale e contributivo interpretata anche come la differenza tra lo stipendio netto in busta paga e il costo sostenuto dall’azienda, è ormai diventato un mantra recitato con grande frequenza dalla politica, dai media e dalle parti sociali; si parla apertamente di una insostenibile differenza tra quanto prende il lavoratore e quanto costa all’azienda proponendo come soluzione la riduzione delle imposte cioè l’Irpef che grava su redditi e salari delle persone fisiche. Ma siamo sicuri di aver centrato bene il problema? La differenza è così grande? È giusto ridurre a tal punto le imposte senza porsi il problema di chi poi pagherà la sanità, la scuola, la manutenzione del Paese Italia e così via?

Iniziamo con il primo punto: quanto pagano di Irpef gli italiani (dipendenti e autonomi)? Sulla base dei dati elaborati da Itinerari Previdenziali nel 6° Report sulle imposte, ricaviamo che su 41,2 milioni di dichiaranti, i lavoratori dipendenti sono 20,93 milioni, il 50,8% e versano, al netto del bonus da 80 euro (che vale 9,55 miliardi l’anno), 77,156 miliardi su 155,15 totali (il 49,7%). Con redditi da zero fino a 7.500 euro troviamo 4,12 milioni di dipendenti che hanno un’Irpef negativa; nel secondo scaglione, quelli che dichiarano tra 7.500 e 15 mila euro sono 4,15 milioni e anche questi, per via delle deduzioni e detrazioni e del bonus, hanno una imposta negativa. In sostanza i primi 8,27 milioni (il 40%) non pagano l’Irpef. Si tenga conto che ad ogni dichiarante corrispondono 1,468 abitanti (siamo oltre 60 milioni) che in genere sono a carico del contribuente. Quelli che dichiarano tra 15 e 20 mila euro sono quasi 3 milioni e pagano un Irpef media di 1.237 euro che con circa mezza persona a carico (ovviamente è una media; nella realtà si va dai single a famiglie più numerose) diventa 843 euro; se avesse due persone a carico (moglie e figlio) per la sola sanità questa famiglia costerebbe allo Stato 5.634,48 euro, (1.878,16 euro pro capite) un quoziente familiare ante litteram a fronte di una imposta versata di 1.237. Ma si dirà, questa famiglia paga anche le imposte indirette e le accise? Vero, tuttavia sulla base del reddito mediano varrebbero non più di duemila euro, quindi ancora insufficienti. È giusto ridurre l’Irpef a questi lavoratori? E chi pagherà per loro?

Il successivo scaglione di redditi (tra 20 e 35 mila) è il più numeroso con oltre 7,26 milioni che pagano un’Irpef media di circa 4 mila euro mentre quello da 35 a 55 (limite massimo dichiarato dalla politica per non «favorire i ricchi», Luigi Di Maio) supera i 10.700 euro. Poi ci sono i 770 mila (il 3,73%), come si vede dalla tabella, che dichiarano più di 55 mila euro e che versano il 34,67% di tutta l’Irpef e una percentuale ancora più alta di imposte indirette.

I veri «tartassati» dal fisco sono quelli da 35 mila euro dichiarati in su: pagano Irpef da 10 mila a oltre 283 mila euro; l’imposta pagata da ciascuno contribuente con oltre 300 mila euro di reddito, equivale a quella di ben 229 lavoratori tra 15 e 20 mila euro mentre è impossibile il confronto con i redditi da 7.500 a 15 mila che mostrano addirittura imposte negative; tra 100 mila e 200 mila (100 mila lordi sono meno di 53 mila netti) ne pagano 40 volte.

La platea della Flat tax

Da questo primo screening emerge che applicando la flat tax i primi 8,27 milioni non ne beneficerebbero perché sono in negativo, i successivi 3 milioni circa neppure perché l’imposta media è inferiore al 15%; gli unici beneficiari sono i 7,25 milioni di lavoratori tra i 20 e i 35 mila euro di reddito dichiarato che avendo una aliquota media del 18,7% risparmierebbero il 3,7% e 1,6 milioni di lavoratori tra i 35 e i 55 mila euro che oggi hanno una aliquota media del 25% e risparmierebbero molto. Costo dell’operazione non meno di 20 miliardi.

È sostenibile ed equo favorire 8,8 milioni di contribuenti su 40? E chi ci mette i soldi visto che per finanziare il solo welfare italiano già oggi occorrono tutte le imposte dirette?

Le stesse considerazioni valgono per gli autonomi. La via della riduzione del cuneo fiscale pare impossibile per i costi e in alcuni casi anche ingiusta perché si ottengono prestazioni dallo Stato senza alcuna contropartita scaricando su altri questi costi. Facile a dirsi difficile a farsi, salvo introdurre il «contrasto di interessi» che migliora le entrate fiscali di oltre il 10% e fa pagare le tasse ai milioni che non le pagano.

Welfare & co.

Vediamo ora il cuneo contributivo; partiamo da un esempio: un lavoratore fino a 25 mila euro di reddito prende 100 in busta paga, paga il 9,2 % circa in contributi e sui restanti 90,8, circa il 15% di Irpef (con deduzioni e detrazioni medie); gli restano 77,18 euro, ma con le tasse non si è pagato neppure la sanità, figurarsi la scuola dei figli e i servizi pubblici.

Al datore di lavoro questo lavoratore costa circa 130 per via dei contributi previdenziali versati all’Inps (23,8), per le prestazioni temporanee all’Inps (malattia, maternità, disoccupazione ecc.) e all’Inail per l’assicurazione contro gli infortuni. La differenza tra netto e costo azienda è pari a 1,67 volte. Prima domanda: è riducibile questo cuneo contributivo? Risposta: no. Se si vogliono ridurre i contributi previdenziali, a parte la copertura finanziaria per il periodo iniziale, bisogna però dire al lavoratore che la sua futura pensione non sarà più pari al 72% dell’ultimo reddito ma minore in funzione della riduzione contributiva; fattibile? No. Seconda domanda: possiamo ridurre le grandi conquiste sociali che garantiscono un salario se uno si ammala o diviene inabile o invalido o disoccupato? No. Quindi anche i contributi per le prestazioni temporanee e l’Inail non si possono ridurre.

Il difetto di questo mantra del cuneo fiscale e contributivo sta tutto qui; non si può ridurre la pensione così come non si possono ridurre le prestazioni sociali. Certo per quelli da oltre 35 mila euro di reddito in su si potrebbe ridurre l’Irpef di qualche punto percentuale ma chi lo va a dire agli elettori? Chi baratta i voti di circa 2,5 milioni di elettori per gli altri 37 milioni?

Gli altri «costi»

Poiché la differenza tra il netto in busta paga e il costo azienda arriva a 2,2 volte, vediamo dove vanno questi soldi. Prendiamo ad esempio il contratto commercio e servizi; su ogni ora lavorata occorre caricare i costi di alcuni «istituti», per usare il gergo sindacale, di cui beneficiano i lavoratori che sono: tredicesima, quattordicesima, premio di risultato previsto nei contratti territoriali o aziendali (mezza mensilità), Tfr (una mensilità), ferie e festività (tra 21 e 27 giorni lavorativi quindi più di un mese). A questi vanno aggiunti i costi per l’adesione al fondo di assistenza sanitaria integrativa e quello per il fondo pensione. In totale il nostro 1,67 volte passa a 2,2 volte. È persino evidente che su questo terzo fronte sia assai complicato ridurre il costo del lavoro ovvero la distanza tra quanto il lavoratore riceve in busta paga e quanto costa all’azienda. E parlare di netto in busta paga e di differenza con il costo azienda è fuorviante perché, tranne l’Irpef, tutto il resto va a beneficio del lavoratore, in modo diretto (tredicesima e quattordicesima, Tfr, premio di risultato) o indiretta (fondo pensione, assistenza, contributi all’Inps, assicurazioni sociali e così via). Ma se ci pensiamo bene anche l’Irpef va a beneficio del lavoratore e della sua famiglia se non altro per sanità, scuola, ecc. Sarebbe educativo e utile far sapere a tutti i contribuenti quanto hanno versato nell’anno e quanto hanno ricevuto in servizi; ci si accorgerebbe che il mantra di abbassare le tasse vale forse per meno del 30% della popolazione, quella che le paga per tutti, ma che il Governo esclude da qualsiasi agevolazione.

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