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La tassa-corruzione: 40% in più sui lavori pubblici

ROMA — Se la legge contro i corrotti arranca da ventotto mesi in Parlamento fra distinguo e mal di pancia travestiti da ansie garantiste, la corruzione avanza invece senza flessioni. Non lo dicono soltanto gli organismi internazionali, che nelle classifiche della vergogna ci hanno relegati dietro Paesi del Terzo mondo. Lo ricorda a ogni occasione anche la Corte dei conti. Ieri, per bocca del procuratore generale Salvatore Nottola, ci ha sbattuto in faccia questo dato: 40%. È la «lievitazione straordinaria che colpisce i costi delle grandi opere» a causa della corruzione. Tradotto, per un lavoro pubblico che dovrebbe costare 50 milioni ne paghiamo in realtà 70. Venti milioni se ne vanno mediamente in mazzette. Un dato impressionante, che fa ben capire perché, ormai da anni, la Corte dei conti indica in 60 miliardi di euro il peso che ogni anno il malaffare fa gravare sui contribuenti. Una somma che potrebbe quasi bastare a coprire gli interessi sul nostro mostruoso debito pubblico, e che rappresenta la metà dell’intero fatturato della corruzione nell’Unione Europea. La relazione della Commissione di Bruxelles al Parlamento europeo ha stimato giusto un anno fa in 120 miliardi di euro le dimensioni continentali della piaga. Si tratta dell’1% del Prodotto interno lordo dell’Ue, contro poco meno del 4% in Italia.
Ma a preoccupare maggiormente la Corte dei conti, che nella memoria del procuratore al giudizio sul rendiconto generale dello Stato dedica un lungo capitolo curato da Alessandra Pomponio, è il fatto che questo andazzo indecente non accenna ad attenuarsi. Da brivido sono le conclusioni a cui giunge, parlando dell’Italia, il rapporto stilato dal Greco (Group of states against corruption) lo scorso anno: «La corruzione è profondamente radicata in diverse aree della pubblica amministrazione, nella società civile, così come nel settore privato. Il pagamento di tangenti sembra pratica comune per ottenere licenze e permessi, contratti pubblici, finanziamenti, per superare gli esami universitari, esercitare la professione medica, stringere accordi nel settore calcistico». Conclusione: «La corruzione in Italia è un fenomeno pervasivo e sistemico che influenza la società nel suo complesso». Quanto alle forme che assume, sono le più varie. Anche le consulenze della pubblica amministrazione. Un fenomeno, dice la Corte dei conti, «sempre rilevante e inquietante nonostante gli interventi normativi tesi a ridurlo» che «spesso nasconde fattispecie di elusione delle norme di riduzione del personale» quando non «ipotesi più gravi e inaccettabili quali la concessione di favori o addirittura illecite dazioni».
In una delibera del settembre 2011 sul disegno di legge anticorruzione che era appena passato dal Senato alla Camera, i giudici contabili presieduti da Luigi Giampaolino rimarcavano come nel 2010 le quattro sezioni d’appello della Corte dei conti avessero confermato 47 sentenze per danno erariale condannando 90 dipendenti pubblici a risarcire l’Erario per 32,2 milioni. Precisando che ventisei di tali sentenze, oltre metà del totale, hanno riguardato reati di corruzione e concussione: il doppio rispetto al peculato e alla appropriazione indebita.
Il tutto, nella più completa indifferenza. Il primo rapporto del Greco sull’Italia, nel 2009, rivolgeva ben 22 raccomandazioni al nostro governo, cominciando proprio da una normativa per prevenire e colpire con durezza corruzione e concussione. Salvo rilevare, in un successivo rapporto del maggio 2011, che quelle «raccomandazioni» erano cadute pressoché nel vuoto. Il disegno di legge contro la corruzione, presentato dal governo di Silvio Berlusconi il primo marzo del 2010, non aveva ancora superato il primo passaggio parlamentare.
Il rapporto della Corte dei conti ricorda i risultati micidiali di un sondaggio dell’Eurobarometro risalente al 2009, secondo cui «i cittadini italiani che avevano ricevuto la richiesta o l’offerta di una tangente negli ultimi mesi di riferimento erano pari al 17 per cento, quasi il doppio di una media europea del 9 per cento». Per non parlare, insiste Alessandra Pomponio, di una rilevazione del Global corruption barometer che ha rivelato come fra il 2009 e il 2010 il 13 per cento degli italiani avesse ammesso il pagamento di tangenti per avere accesso a servizi pubblici. Ma anche per risolvere guai con il fisco, evitare problemi con le autorità, accelerare le procedure oppure ottenere da un ufficio pubblico una prestazione a cui aveva diritto. La media dei Paesi europei era del 5 per cento.
Non ci può dunque stupire se una organizzazione autorevole come Transparency International colloca l’Italia al posto numero 69, su 182 nazioni, nella classifica della corruzione percepita. E che la posizione peggiori anno dopo anno. Nel 2010 occupavamo la casella numero 67, mentre nel 2001 eravamo appena ventinovesimi: bei tempi. Nottola rammenta che in base alle stime di Transparency International Italia, «ogni punto di discesa nella classifica di percezione della corruzione provoca la perdita del 16 per cento degli investimenti dall’estero». Sarà un caso che il nostro Paese è in fondo anche a questa classifica europea?

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