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La svolta sugli aiuti alle imprese Rimborsati i costi, ma non per tutti

Mario Draghi è pronto ad impugnare il bazooka per rilanciare le imprese. Una sorta di “whatever it takes” (la formula che utilizzò nel 2012 e che salvò l’euro) per indennizzare le aziende piegate dal Covid-19. Un cambio di strategia per far fronte all’emergenza economica subito dopo il voto di fiducia. Dai primi segnali si starebbe preparando una doppia svolta: una di filosofia, l’altra di metodo. La filosofia è vicina a quella che ha espresso lui stesso nel suo intervento al G30 nel dicembre scorso: evitare di tenere in piedi imprese “zombie”, sussidiate dallo Stato ma non in grado di sopravvivere da sole sul mercato. Il metodo, per ora, è quello che in una recente riunione dell’Ecofin ha trovato la convergenza dell’Europa: stabilire criteri più uniformi che si basino sul rimborso dei costi vivi delle imprese e non sulle generiche perdite di fatturato.
Il battesimo del fuoco di questa operazione si terrà con il prossimo decreto, quello che fino ad oggi si è chiamato “Ristori” ma che assumerà la veste di un vero e proprio decreto “Draghi Uno” per la ripartenza dell’economia.
Fino ad oggi si è operato con il cosiddetto “fondo perduto”: denari calcolati in percentuale del fatturato, erogati direttamente dall’Agenzia delle Entrate, con il ristoro sostanzialmente di circa il 20 per cento del fatturato perso, fotografando la situazione dell’aprile del 2020 rispetto all’anno precedente, per circa 160 categorie toccate dal lockdown e dalle chiusure a zone. In tutto 10 miliardi per le imprese, ai quali bisogna aggiungere anche i 14 “virtuali” per il rinvio del pagamento di molte tasse.
Ora si dovrebbe cambiare registro, l’idea che sembra emergere tra i tecnici del governo è molto razionale e si attaglia al modo di pensare di Bankitalia: prima si fa un monitoraggio di quanto serve e poi si stabilisce quali imprese aiutare e quanto. Certo, le risorse vanno utilizzate bene, cercando di centrare il bersaglio e sapendo che restano ancora esigenze di finanza pubblica, nonostante il patto di Stabilità europeo sia stato temporaneamente sospeso.
La strategia di Conte-Gualtieri era impostata sulla imminenza del rimbalzo dell’economia legato all’ipotesi di una più rapida fuoriuscita del virus. Ma così non è andata. La nuova ondata pandemica e le varianti del virus hanno fatto rivedere al ribasso le stime di tutte le economie rispetto a quelle dell’autunno scorso. E l’Italia, in Europa, è in fondo alla classifica.
Di conseguenza bisogna attrezzarsi per una crisi Covid più ampia. Finora per far fronte all’emergenza abbiamo avuto a disposizione 108 miliardi di deficit in più, resi possibili da quattro scostamenti di bilancio (peraltro votati anche dalle opposizioni) e con il quinto ci sono altri 32 miliardi, già autorizzati da Bruxelles, da maneggiare con cura e realisticamente destinati a salire.
Per questo si lavora al prossimo decreto con una nuova impostazione. La stessa che il ministro dell’Economia, Daniele Franco, ha illustrato lunedì all’Eurogruppo, riscuotendo condivisioni: «È importante monitorare l’evolversi della situazion e e cominciare a riflettere su come orientare al meglio il sostegno ad aziende e lavoratori nella prossima fase, verso soluzioni più specifiche e mirate ».
Si riparte, dunque, dai 32 miliardi di deficit in più, 10 — nell’impostazione del governo Conte 2 — destinati alle imprese. E ai quali vanno probabilmente aggiunti i 4,5 miliardi che chiede il settore del turismo invernale, dopo la chiusura degli impianti decisa dal nuovo governo.
Ma come fare la valutazione per erogare poi i ristori? Probabilmente, appunto, con il criterio dei costi fissi (affitti, manutenzione, bollette), quelli che veramente servono per mantenere in vita le aziende con fatturato in caduta libera e dipendenti in cassa integrazione. La parola d’ordine non sarà quella della “distruzione creatrice” dell’economista Schumpeter, ma neanche quella del salvataggio indiscriminato. Chi aveva il bilancio sano prima della crisi dovrà poter restare in vita, chi ha difficoltà strutturali e di mercato indipendentemente dal Covid dovrà ristrutturare.
Del resto la situazione dei conti pubblici ha ripreso a preoccupare: l’Italia, come sottolinea uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica è uscita con i conti peggiori dall’intervento anti-Covid sulla spesa pubblica. Perché è dimostrato che la recessione provoca un maggiore aumento del debito nei Paesi in cui il livello iniziale del debito è più alto.
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