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La svolta di Mediobanca, patto al 30,05%

Patto superleggero per Mediobanca: lunedì hanno comunicato la disdetta Generali (2%), Groupama (4,93%), Marco Brunelli (0,16%) e, in parte, Italmobiliare (per l’1% mentre l’1,6% resta vincolato). Perciò, visto che Unipol-Fonsai (3,8%) era già stata autorizzata qualche settimana fa a uscire anticipatamente per gli impegni con l’Antitrust, la percentuale compresa nell’accordo parasociale scende dal 42,03 al 30,05%.

Un «minimo storico» che libera flottante e favorisce l’ingresso di nuovi soci ed è per questo considerato con favore dagli analisti e dalla Borsa: ieri il titolo ha guadagnato il 4,07%. Non è da escludersi infatti l’eventualità che arrivino nuovi investitori stabili, che accompagnino (vincolando o meno le partecipazioni) l’espansione industriale della banca d’affari guidata da Alberto Nagel.
Intanto i francesi di Groupama hanno già fatto sapere che non intendono procedere alla vendita delle proprie azioni. E Tarak Ben Ammar, consigliere di Piazzetta Cuccia in rappresentanza degli azionisti d’Oltralpe, dice che «Vincent Bolloré è disponibile, se autorizzato dal patto, a salire dall’attuale 6% all’8%», quota molto vicina a quella del primo azionista Unicredit (8,66%), «considerando l’istituto sempre più al centro del sistema industriale e finanziario italiano, come dimostrato anche dai dossier risolti con una logica nuova: la governance di Generali, il “salvataggio” di Fonsai, Rcs e Telecom». Non è «invece oggi all’ordine del giorno la “sostituzione” di Groupama con nuovi soci esteri». E fiducia «nella qualità della gestione di Mediobanca e Generali» è stata sottolineata ieri dallo stesso Bolloré comunicando le dimissioni da vicepresidente e consigliere del Leone per gli impegni assunti, come la vicepresidenza di Vivendi. Un passo necessario anche per le nuove regole francesi sugli incarichi multipli di vertice. Ma l’imprenditore transalpino tiene a precisare che «resterà azionista» anche a Trieste. La compagnia assicurativa, che per statuto non può avere meno di 11 consiglieri, dovrà procedere alla sostituzione nel board, i cui componenti sono ora scesi a 10.
Il fatto che, grazie all’uscita parziale del gruppo Pesenti, la quota vincolata di Piazzetta Cuccia non sia scesa sotto il 30% consente, secondo il punto 10 del testo del patto, il rinnovo automatico fino al 2015. Diversamente, cioè sotto quella percentuale, i soci avrebbero avuto la possibilità di sottoscrivere un nuovo accordo. In caso di nuovi ingressi però il ritorno sopra il 30% avrebbe fatto scattare la soglia dell’Opa.
Il patto «light», che vede anche con la disdetta del gruppo guidato da Mario Greco la premessa per lo scioglimento di una partecipazione incrociata significativa (Mediobanca è il primo azionista a Trieste con il 13,2%), se questa volta è il frutto di una riduzione forse più ampia del previsto (Groupama non sembrava più intenzionata a uscire, ma alla fine ha deciso per la disdetta) è in realtà il risultato di un processo iniziato da tempo, guardato con favore dal management anche perché, appunto, libera flottante e aumenta l’appeal presso gli investitori italiani e internazionali. L’accordo, sottoscritto per la prima volta nel 1955, dal 1988 e cioè dalla «privatizzazione» dell’istituto, fino al 2002 ha blindato metà del capitale. Nel 2003, dopo l’ingresso dei francesi guidati da Bolloré, il perimetro sale al 56,7%. Da allora il patto dimagrisce: nel 2007 la quota cala al 47,9% grazie a disdette fra le quali Fiat e Telecom, quindi scende al 42%. Infine l’ultimo passo al «minimo storico».

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