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La svolta di Ana Botin Non solo Europa, l’Oriente chiama

Presidente o presidenta del Banco Santander? Secondo la moderna grammatica spagnola dovrebbe prevalere la seconda versione: qualsiasi carica va femminilizzata e scritta senza maiuscola iniziale. L’intenzione è quella di mostrare uguaglianza linguisticamente corretta a compensazione del machismo dell’era franchista. Ma Ana Patricia Botin ha trasgredito. Nel comunicato con il quale mercoledì scorso annunciava la propria nomina ad erede del padre Emilio Botin definirsi presidenta non le è sembrato giusto. 
Sei giorni fa i mercati erano in subbuglio per la improvvisa scomparsa del padre, il 79enne Emilio Botin, e Ana Patricia, al termine di un Consiglio d’amministrazione da Speedy Gonzales, ha dettato d’essere stata nominata «la nueva Presidente». Nata erede, con la morte del padre ora comanda lei sull’intero impero rosso creato dai tre Emilio Botin che l’hanno preceduta al potere del Santander, il bisnonno, il nonno e il padre. Non importa se ora al comando ci sia qualcuno con la gonna o le bretelle, quel che conta è il controllo del pacchetto di maggioranza del Consiglio d’amministrazione della banca più ricca della zona euro.
Strategie
Emilio setacciava i voti dei piccoli azionisti mobilitando i direttori di filiale, così si presentava in Consiglio con una maggioranza ben più solida del 2% delle azioni Santander che possiede la famiglia. Ana Patricia conosce il trucco, ha approfittato della lealtà dei consiglieri allevati dal patriarca, ma le sarà difficile mantenere il rapporto intenso, complice, onnipresente che il padre aveva con il suo management. Non solo per le celebri riunioni della domenica, l’invadenza paterna in qualsiasi dettaglio, i continui viaggi in tutti i 40 mercati finanziari dove Santander è presente, ma soprattutto perché lo stile della quarta Presidente Botin è diverso. Mentre il padre Emilio continuava a considerare la multinazionale finanziaria che aveva creato alla stregua della banca familiare che aveva ereditato, Ana Patricia ha studiato ed è cresciuta professionalmente tra Stati Uniti e Gran Bretagna, lei è più banker che banquera. Con lei, è molto probabile, che Santander diventi una società più professionale, più internazionale e meno paternalistica. Si allenteranno i legami con la politica spagnola, i suoi riti negli stadi di calcio o i finanziamenti a pioggia verso giornali, tv e partiti garanti della stabilità interna. Una banca più normale, insomma.
Vita privata
Sposata, tre figli, la Presidente compirà 54 anni il 4 ottobre. Ha imparato ad essere bella ed elegante grazie all’età, schiva e riservata grazie all’imposizione paterna. Poco rosa, non solo in grammatica. Ufficialmente è a favore della conciliazione tra famiglia e lavoro. Ma quando nacque il suo primo figlio si fece installare nella camera d’ospedale il simbolo della reperibilità di allora: un fax. Giovedì scorso, al funerale del padre, era l’unica a violare il nero del lutto per indossare una sciarpa rossa, simbolo dell’impero di famiglia. Il lavoro prima di tutto. Nei vari istituti finanziari, che il padre fagocitava e affidava a lei, Ana Patricia non ha mai avuto una collaboratrice donna. In un mondo dominato da maschi non sente il bisogno di una spalla femminile. Nelle foto dei consigli d’amministrazione, nei road show con gli investitori, negli incontri istituzionali la nuova boss di Santander è sempre e solo circondata da giacche e cravatte.
Come può essere diversamente? Prima donna banchiere di Spagna, prima donna nel Consiglio d’amministrazione di Generali, prima spagnola nella lista delle 50 personalità (maschi o femmine) più potenti del mondo. Ora alla sua altezza (per valore azionario o fatturato delle società che comandano) restano solo Maria das Graças Silva (Petrobras), Mary Barra (General Motors), Meg Whitman (Hewlett Packard) e Virginia Rometty (Ibm). Come potere, in Europa, solo Angela Merkel la supera.
Quando muoveva i primi passi nella finanza, fece un errore che, non fosse stata «figlia di», le sarebbe costata la carriera. Anticipò alla stampa l’epurazione di un dirigente che le avrebbe fatto ombra. Il padre congelò tutto e cacciò lei. Due anni dopo, però, Ana Patricia tornò e prese la poltrona che aveva predetto ai danni del rivale, ma intanto aveva imparato la lezione e da allora non ha mai più dato interviste.
Ana Botin ha la fortuna di arrivare al timone con il punto più basso della crisi finanziaria europea alle spalle. È un vantaggio. Eppure la fase economica non è tale da proseguire la spettacolare espansione paterna a colpi di acquisizioni e fusioni. Il paragone con papà rischia di farsi scomodo e il cognome pesante. Una prima occasione per smarcarsi arriverà il mese prossimo, quando la Bce pubblicherà la valutazione sulla solvenza di 124 banche europee. Ana potrebbe puntare a qualche tedesca in difficoltà.
A medio termine, invece, la Presidente potrebbe tentare di sfruttare gli interstizi lasciati dalle sanzioni alla Russia per entrare in quel mercato. Anche la Cina è nel suo radar da tempo. Quasi tutti gli analisti affidano alla quarta Botin Presidente il mandato storico di consolidare e mettere in sicurezza l’espansione del padre. Un compito molto femminile, di garanzia e affidabilità. Forse si sbagliano. Forse non conoscono Ana Patricia. Il foulard rosso al funerale di papà diceva di lei qualcosa di diverso.
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