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La svolta delle Popolari: diventano spa

È costata un mezzo strappo nella maggioranza ma arriva, dopo almeno 20 anni di tentativi, la riforma delle banche popolari, formidabili centri di potere con solide ramificazioni sul territorio e forti relazioni con la politica, in cui il modello di governo cooperativo ha permesso a molte un’autoreferenzialità che nemmeno Banca d’Italia finora era riuscita a scalfire. Adesso arriva la rivoluzione. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera all’ investment compact che obbliga le prime dieci banche popolari per attivi a trasformarsi entro 18 mesi in società per azioni e abbandonare il sistema del voto capitario che finora ha consentito ai soci delle Popolari di contare tutti allo stesso modo. 
«Oggi è una giornata storica perché dopo 20 anni di dibattiti interveniamo attraverso un decreto legge sulle banche popolari» ha commentato il premier Matteo Renzi al termine del Consiglio dei ministri, «bisogna aprirsi ai mercati e all’innovazione. Il nostro sistema bancario è solido sano e serio ma deve cambiare». Oltre alla trasformazione delle Popolari il decreto introduce anche alcune novità sui servizi bancari per rendere più veloce e meno oneroso il trasloco del conto, e di tutti i prodotti connessi, da una banca all’altra. Quella uscita dal Consiglio dei ministri è una vera e propria rivoluzione per il mondo delle Popolari.
L’obbligo di trasformazione in «spa» vale per Ubi, Banco Popolare, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Credito Valtellinese, Popolare di Sondrio, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Popolare dell’Etruria e Popolare di Bari. Entro 18 mesi dovranno convocare l’assemblea dei soci per cambiare lo statuto. Una soluzione che dovrebbe agevolare le fusioni e quindi il riassetto del sistema. Sono state tenute fuori le Popolari più piccole (quelle che supereranno nel tempo gli 8 miliardi di attivi dovranno comunque trasformarsi in spa) e le banche di credito cooperative, che in un primo momento sembrava dovessero essere ricomprese. Una soluzione che «concilia la necessità di dare una scossa forte preservando però in alcuni casi una forma di governance che ha servito bene il Paese» ha spiegato il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, «andranno valutati in futuro altri suggerimenti di modifica della governance». Dunque, «gradualità ma indirizzo chiaro». «Riteniamo — ha aggiunto Padoan — che sia un importante passo avanti che va nell’interesse del sistema bancario e nell’interesse dell’economia italiana».
Il provvedimento è passato tra molti mal di pancia e proteste trasversali. Il capitolo sulle Popolari faceva parte del disegno di legge Concorrenza, ma Renzi ha deciso di inserirlo a sorpresa nell’ investment compact , spiazzando lo stesso governo. Ieri a Palazzo Chigi sarebbero emerse ancora contrarietà da parte di Ncd per bocca dei ministri dell’Interno, Angelino Alfano, e delle Infrastrutture, Maurizio Lupi. In particolare Lupi avrebbe espresso dubbi sull’urgenza di usare un decreto anziché un disegno di legge e ricordato il legame forte tra le popolari e le piccole e medie imprese. Nello stesso Pd si sono levate voci contro il blitz di Renzi. Per il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, «un confronto per riformare il credito alle imprese sarebbe una grande occasione per tutti», ha detto, «più che la governance è necessaria una riforma del credito e questa operazione non assicura che arrivino presto soldi alle imprese». «L’intervento sulle banche popolari di maggiori dimensioni — ha commentato Stefano Fassina — colpisce un modello che, con tutti i suoi limiti nella traduzione effettiva certamente da correggere, è uno dei pochi presidi di democrazia economica». Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli non ha voluto commentare «per statuto ogni commento spetta all’associazione di categoria delle Popolari» ha detto girando la palla ad Assopopolari, che ha organizzato per domani un vertice a Milano.

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