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La svolta culturale di Facebook sul rispetto del diritto alla privacy

Nel corso della testimonianza di Mark Zuckerberg al Senato degli Stati Uniti, qualcuno fece un cenno alle norme a protezione dei dati personali che stavano per entrare in vigore in Europa. Si sentì persino la voce di un senatore che non era contrario all’introduzione in America di norme analoghe a quelle contenute nella General Data Protection Regulation (Gdpr) decisa dall’altra parte dell’Atlantico. Zuckerberg, in quell’occasione, destreggiandosi tra considerazioni di politici che non conoscevano bene ciò di cui stavano parlando e difendendosi da accuse che aleggiavano nell’aria senza troppo scendere a terra, dava ragione a tutti, si scusava di ogni cosa e prometteva qualsiasi rimedio. In quell’occasione, tra l’altro, non si era dichiarato contrario alla Gdpr. Ieri ha avuto occasione di essere più esplicitamente a favore della normativa per la privacy europea, rispondendo alle domande del presidente del Parlamento europeo e dei rappresentanti dei gruppi parlamentari, proprio a due giorni dall’entrata in vigore della Gdpr.
È stato un momento denso di significato. Perché soltanto i non addetti ai lavori possono pensare che la Gdpr sia banalmente un nuovo aggravio dei già costosi adempimenti burocratici per la difesa di un diritto umano che la tecnologia ha superato. L’argomento degli scettici è sempre il solito: ai cittadini non interessa la privacy, se cedendone un po’ possono accedere a servizi utili come quello offerto gratuitamente da Facebook. Ma è un argomento valido se i cittadini non hanno vere alternative. E la Gdpr favorisce la nascita di alternative: perché tra l’altro obbliga le piattaforme a garantire la portabilità dei dati che può a sua volta condurre all’interoperabilità delle piattaforme. Con la Gdpr, eventuali nuove piattaforme potrebbero partire dai dati dei cittadini che sono in possesso di altre piattaforme e non restare troppo indietro rispetto ai concorrenti già presenti sul mercato. Accettando una norma potente come la Gdpr a favore della privacy, Zuckerberg ha terminato una virata a 180° nella sua cultura sul rispetto dei diritti umani. Zuckerberg aveva cresciuto la sua Facebook pensando a tutto salvo che alla privacy dei suoi utenti: lo aveva detto, nel 2010, che la privacy non è più “una norma sociale” ed è un argomento del passato – come del resto aveva sostenuto un anno prima l’allora presidente di Google, Eric Schmidt – ed era stato consequenziale. Per esempio lasciando che i dati raccolti dalle app che giravano sulla piattaforma Facebook uscissero dal suo controllo e potessero essere usati come ha fatto Cambridge Analytica, la società ora fallita che ha usato i dati derivati da Facebook per “manipolare” gli elettori americani durante la recente campagna per le presidenziali. Un’azione che è stata possibile per la superficialità con la quale Facebook ha trattato la privacy in passato.
D’ora in poi sarà diverso, promette Zuckerberg. E farà bene a mantenere la promessa, non solo perché le sanzioni per gli inadempienti in Europa saranno piuttosto pesanti: ma anche per il fatto che le prossime piattaforme terranno conto della privacy in modo molto più attento e leale nei confronti degli utenti. E cresceranno, almeno in Europa, in un contesto nel quale le piattaforme non possono appropriarsi dei dati degli utenti, devono condividerli, non possono trarne esclusivo vantaggio. Forse, non bisogna aspettarsi che nascano nuovi social network in grado di fronteggiare l’incumbent. Ma altre piattaforme – ad esempio, per la mobilità in città piuttosto che per l’incontro di anime gemelle – che per crescere hanno bisogno del grafo sociale in possesso di Facebook non saranno escluse dalla possibilità di ricostruirlo.

Luca De Biase

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