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La svolta Chrysler spinge Fiat

di Raffaella Polato

MILANO — Respinge l'idea che sia solo Chrysler a trainare i conti Fiat: «Sarebbe la definizione di un matrimonio infelice». E infelice non è. Nessuno potrebbe sostenerlo. Sono anzi sempre più evidenti, nei conti 2011 che vanno oltre ogni aspettativa, gli effetti della «molla» che tre anni fa portò al matrimonio: se è certo che il Lingotto senza Auburn Hills pagherebbe, oggi, il conto della crisi europea arrivando a malapena al pareggio, altrettanto certo è che Auburn Hills senza il Lingotto non si sarebbe salvata e non sarebbe, adesso, protagonista di un turnaround con un solo precedente nel mondo dell'auto. A Torino, guarda caso. Anche lì — 2004-2005 — con Sergio Marchionne alla guida. Eppure è vera, è lo specchio esatto della realtà attuale anche la fotografia 2011. È vero che i ruoli sono, ora, ribaltati.
Il bilancio approvato ieri dal consiglio d'amministrazione, presieduto da John Elkann, mostra un gruppo Fiat-Chrysler che ha raggiunto o superato tutti gli obiettivi fissati (al solito prudenzialmente) dal suo amministratore delegato o previsti dagli analisti: ricavi a 59,6 miliardi, utile della gestione ordinaria a 2,4, utili netti a 1,7, indebitamento netto industriale sceso a 5,5 e liquidità salita ancora, a 20,7 miliardi. Insieme, Torino e Detroit ce l'hanno fatta, a centrare i 4 milioni di auto vendute e il settimo posto nella classifica mondiale dei costruttori.
Però. Però basta scomporre i dati, ed è chiarissimo quale sia il peso della sofferenza Fiat (causa mercato europeo, visto in calo del 5% anche per il 2012) e quale l'effetto del rilancio Chrysler. Auburn Hills — che anche a gennaio ha aumentato le vendite Usa del 44%, contro il -16,9% del settore e dello stesso Lingotto in Italia — ha chiuso il suo primo bilancio in utile dal 1997: 183 milioni di dollari, con un'escalation continua che ha visto l'ultimo trimestre risalire fino a 255 milioni. Ma il ruolo giocato sui conti dell'intero gruppo è più che proporzionale. Chrysler al consolidato Fiat contribuisce solo per sette mesi, dal giugno scorso. Ciò nonostante, oltre un terzo (23,6 miliardi) dei ricavi viene da lì. Senza Detroit (è il documento firmato dal board a certificarlo) l'utile della gestione ordinaria non sarebbe stato di 2,4 miliardi: si sarebbe fermato a quota uno, in linea con i dati 2010. E anziché profitti netti per 1,7 miliardi, influenzati anche da un miliardo di componenti atipiche (essenzialmente la valutazione della stessa partecipazione Chrysler all'atto del consolidamento), ci sarebbe stata la linea piatta del pareggio. O qualcosa meno. Tra l'altro: anche questa è una delle ragioni dietro la scelta di non distribuire dividendi alle azioni ordinarie, ma solo un totale di 40 milioni alle risparmio e alle privilegio (all'ultima stagione, con il 2012 spariranno).
Scontata, a questo punto, l'equazione dei critici: è la prova, si dice e si dirà, che l'asse si sposta sempre più in America, che l'Europa e l'Italia sempre meno interessano l'amministratore delegato, che Chrysler «fa premio» su Fiat. È lo stesso Marchionne, in conference call, a prevenire e ripetere che è vero il contrario. Ci sono attività che crescono anche a Torino, intanto: il Brasile, Ferrari («Quotabile, ma non ora), Marelli, quella Fiat Industrial che ha raddoppiato l' utile e, fosse ancora una sola società con Fiat Spa, farebbe segnare al gruppo il record assoluto nei profitti gestionali. È chiaro però che il punto resta l'auto. E anche qui l'Europa, per quanto la crisi metta «in dubbio i volumi su cui si basano i piani di sviluppo fino al 2014», è l'opposto di qualcosa da abbandonare. Tant'è vero che Marchionne, mentre la Borsa lo premia facendo schizzare Fiat del 5,02% e Industrial del 3,47%, torna a parlare di alleanze. E l'indice lo punta proprio sul Vecchio Continente: «Sono aperto alle soluzioni migliori. In particolare — appunto — sul mercato europeo». Piano, comunque, con le conclusioni. Che sia Peugeot o qualcun altro, «non ho aggiornamenti e notizie da dare: il mio telefono non è squillato».
 

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