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La Svizzera dice no al salario minimo “Troppi 3250 euro”

L’Unia, il principale sindacato svizzero, ha rimediato ieri una batosta da cui farà fatica a riprendersi. L’elettorato ha respinto in un referendum, con il 73,6% di no, la proposta di introdurre un salario minimo di 4 mila franchi per tutti i lavoratori. Parliamo di oltre 3250 euro, una cifra mirabolante che ha fatto il giro del mondo. La proposta, appoggiata dal Partito Socialista e dai Verdi, si è trasformata in una Waterloo per i suoi fautori, gongolava ieri un esponente del padronato. «Purtroppo — replica Saverio Lurati, presidente del sindacato Unia per il Canton Ticino — siamo stati vittime del terrorismo delle imprese che hanno fatto balenare una serie di delocalizzazioni, con conseguente perdita di posti di lavoro, nel caso il salario minimo fosse passato». C’è da chiedersi, comunque, se la vostra iniziativa non sia stata sopra le righe. «In Svizzera, ci sono tre milioni e mezzo di lavoratori che già guadagnano più di 4 mila franchi al mese, mentre solo 230 mila si trovano al di sotto. Quindi quei 4 mila franchi per tutti sarebbero costati un miliardo e 600 mila franchi, appena lo 0,9% dell’intera massa salariale nazionale
».
Non la pensa così l’imprenditore Enzo Maggi, direttore di un’azienda di Stabio, al confine con la provincia di Varese, che assembla orologi e impiega 370 dipendenti, prevalentemente frontalieri. «Il salario minimo di 4 mila franchi — dice — sarebbe andato anche ai frontalieri e, a quel punto, avrei visto nero». Ma lei i frontalieri quanto li paga al mese? «Circa 2700 franchi per 13 mensilità, grosso modo 2500 euro. Di conseguenza, con il salario minimo di 4 mila franchi, il monte stipendi della mia azienda sarebbe aumentato di un terzo». Quindi avreste delocalizzato? «Noi no, perché l’orologeria è vincolata allo swiss made e deve produrre in Svizzera, ma avremmo sofferto. Molti miei colleghi, invece, avrebbero trasferito altrove le loro aziende». Come ha scritto, sul quotidiano Le Temps l’editorialista Willy Boder «gli svizzeri sono restii all’intervento dello Stato nell’economia». Respinto anche un secondo referendum. Chiedeva che i dirigenti d’azienda non guadagnassero più di 12 volte dei loro dipendenti, mentre passa quello che proponeva fossero gli azionisti a decidere su stipendi e bonus dei manager.
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