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La strettoia delle promesse elettorali e le condizioni di Berlino per il salvataggio

È il momento della « kolotoumba »? La domanda correva in Europa, lunedì. Il primo ministro greco Alexis Tsipras stava per fare la «capriola»? Dopo avere ridimensionato, almeno in apparenza, il suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, si preparava a ribaltare le posizioni del governo e a un piano di riforme accettabile ai creditori? I quali, in cambio, avrebbero sbloccato 7,2 miliardi di prestito di cui Atene ha bisogno? La domanda non ha corso per molto: Varoufakis o non, l’intervista televisiva che il premier greco ha rilasciato ricalca il modello ormai testato da tre mesi di trattative inutili.
Da una parte, la fiducia che un accordo con Ue, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea si farà, già entro la riunione di ministri finanziari dell’eurozona del 9 maggio, e l’esclusione di un default ellenico sul debito. Dall’altra, il muro di paletti insuperabili — il cosiddetto rifiuto dell’austerità — e l’annuncio di un possibile referendum nel caso i creditori pretendessero un accordo «al di fuori del nostro mandato», cioè diverso dalle promesse elettorali fatte dal suo partito, Syriza, in gennaio. Cosa vuole dire tutto ciò? Come sempre, occorre cercare di separare le intenzioni dalle dichiarazioni negoziali: «Chiunque si spaventa, in questo gioco, perde» ha detto Tsipras nell’intervista.
In un sondaggio pubblicato ieri dal centro di ricerca tedesco Sentix, quasi il 50% degli investitori ritiene che la Grecia lascerà l’euro entro i prossimi 12 mesi. Di certo, la situazione è in movimento. La sostituzione di Varoufakis come principale negoziatore con i creditori è stata presa bene a Bruxelles e in parecchie capitali europee: il rapporto con il ministro era ormai deteriorato. A Berlino, però, si chiarisce che uno scambio «testa di Varoufakis in cambio di denaro» non è ovviamente nemmeno da prendere in considerazione: per dire che la situazione non cambia, la Grecia deve concordare un programma pima di potere ricevere aiuti. L’avere sollevato, da parte di Tsipras, la possibilità di un referendum è invece rivelatrice di un problema serio per il premier greco. Sa che per fare un accordo se lo vuole, dovrà rinnegare una parte delle promesse elettorali, soprattutto quelle più radicali alle quali è affezionata la sinistra di Syriza, che si stima conti un terzo del gruppo parlamentare del partito. L’ipotesi del referendum vorrebbe essere una rassicurazione nei suoi confronti. Il problema è che un referendum sulle richieste dei creditori, prima o dopo un eventuale mancato pagamento di una rata del debito, avrebbe l’effetto che la stessa ipotesi ebbe nel novembre 2011 quando la avanzò l’allora premier George Papandreou: fu letta dai mercati — e da Angela Merkel — come un referendum sull’euro, tanto che il primo ministro fu costretto a ritirarla. Se Tsipras la portasse avanti la situazione diventerebbe sicuramente tesa. Ma, a differenza di allora, non è detto che questa volta qualcuno si prenda la briga di fermarlo .

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