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La stretta di Brexit in dogana, tornano dichiarazioni e dazi

Le ultime posizioni espresse dal premier del Regno Unito, Boris Johnson, paiono segnare la strada verso la cosiddetta hard Brexit, lo scenario sicuramente peggiore per quanto attiene i profili fiscali e doganali dei futuri rapporti tra Regno Unito e Unione Europea.

Avvicinandosi la scadenza del 31 ottobre, questo significa dazi, procedure doganali, adempimenti dichiarativi, oneri fiscali ed extrafiscali: in una parola, costi finanziari ed economici per le imprese impegnate negli scambi oltremanica.

Il profilo doganale è quello che appare di maggior interesse, oltre che potenzialmente critico. Dal post Brexit, migliaia di imprese che hanno attivato scambi solo con l’Ue e non hanno mai trattato il mercato estero extra Ue, si troveranno di fronte a un sistema di oneri e responsabilità del tutto nuovo.

Intervengono, anzitutto, dei profili dichiarativi che, per definizione, sono singoli, operazione per operazione e non riepilogativi. Per fare in modo che le merci lascino il territorio dell’Ue, oppure che vi entrino, non basta una fattura e un documento di trasporto, ma serve un atto avente fede pubblica, ossia una bolletta doganale.

Questo comporta maggiori oneri, maggiori responsabilità e, naturalmente, maggiori controlli. Si pensi che, per i soggetti virtuosi (e magari certificati Aeo), può stimarsi un numero di controlli pari all’1% per l’export e al 3-5% per l’import e che queste percentuali possono aumentare sensibilmente per i soggetti non qualificati o che hanno avuto controlli positivi nell’ultimo periodo.

Dalla dichiarazione in dogana, poi, discendono gli oneri fiscali, soprattutto di import. Su tutti, si registra il tema dell’applicazione della tariffa doganale prevista dalla nomenclatura combinata dell’Ue, in ragione della quale saranno applicati i dazi sulle merci. A questa tariffa, poi, se ne affiancherà un’altra, analoga, prevista dal Regno Unito, che a ogni merce importata nel suo territorio assegnerà o meno un dazio, eventualmente maggiorato con altre misure impositive. Peraltro, non essendo il Regno Unito un paese produttore, si poteva ipotizzare un trattamento impositivo soft, mentre le prime pubblicazioni ufficiali paiono già rigide su alcuni settori come il tessile, la componentistica o la ceramica.

In questo contesto, si somma il delicato tema delle preferenze connesse all’origine delle merci. L’Unione Europea, come altri sistemi doganali nel mondo, ha sottoscritto con alcuni Paesi una serie di accordi di libero scambio, grazie ai quali gli esportatori delle parti contraenti beneficiano di dazi ridotti o azzerati nei mercati di destino. È così, ad esempio, per i rapporti con la Svizzera, il Canada o il Giappone. Anche questo tema, se non la creazione di un’unione doganale, è al momento indefinito. Non è chiaro se si riuscirà a costituire un sistema privilegiato o se, invece, la cesura sarà netta, come appare dagli ultimi proclami.

Esiste poi un lato extra-tributario che pure deve essere considerato. Le direttive dell’Ue in materia di sicurezza, compliance, etichettatura o quant’altro afferente le merci, sono al momento acquisiti dal diritto inglese, ma potranno cambiare con enorme rapidità, con necessità di adeguamento di prodotti e documenti per il mercato locale.

A ciò si aggiunga il mondo dei beni dual use, soggetti a stringente controllo ed attenzione, estremamente esteso e focalizzato sui controlli di beni che possono avere sia uso civile che militare. Il tema copre centinaia di settori produttivi (componenti, meccanica, hi-tech, comunicazioni) ed è eminentemente dedicato al mondo dell’esportazione, nel quale stanno per entrare i rapporti tra Regno Unito e Unione Europea. Insomma, le sfide per le imprese non sono poche, ma devono essere affrontate per mantenere vivo un mercato di straordinario interesse, soprattutto per l’export.

 

Benedetto Santacroce

Ettore Sbandi

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