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La strategia del premier Non saranno i partiti a ridisegnare il fisco

La riforma fiscale non la scriveranno i partiti di questa maggioranza. Daranno il loro contributo, lanceranno le loro idee-bandiera, si accapiglieranno, ma la riforma sarà soprattutto di Mario Draghi. Ovviamente il premier non l’ha detta così, bocciando — volutamente nello stesso tempo — la nuova patrimoniale lanciata da Enrico Letta e la flat tax di Matteo Salvini, ma quello è il risultato a cui punta. È una questione di metodo, ancora prima che di merito. Non a caso, Draghi ieri ha insistito proprio sul metodo che deve portare a disegnare un nuovo sistema fiscale, con una prospettiva di lungo periodo e non guardando al consenso a breve. Quest’ultimo, nel passato, ha prodotto solo piccole e disorganiche riforme fiscali. In più, questa volta, la riforma fiscale è incardinata all’interno del Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza) fortemente vincolato agli obiettivi indicati dalla Commissione di Bruxelles che erogherà i 750 miliardi previsti da qui al 2026 solo se le singole tappe saranno rispettate passo dopo passo. Non è affatto un aspetto secondario nel ragionamento del premier. Anzi: il vincolo europeo sarà decisivo anche nella partita fiscale.
Certo, Draghi non si aspettava che a poche ore dall’inizio della conferenza stampa convocata per illustrare l’ultimo decreto tutto in deficit (40 miliardi, questa volta) per sostenere imprese e lavoro travolti dalla lunga pandemia, arrivasse la proposta del Pd che avrebbe comunque spaccato la maggioranza, essendo il fisco uno dei temi che più divide la sinistra dalla destra. Ma quando l’ha letta l’ha subito derubricata alla voce “non pervenuta”. Poi — durante la conferenza stampa — ne ha preso le distanze anche nel merito. Perché, per quanto sia vero che la pandemia ha accresciuto le distanze sociali (stando all’ultimo rapporto del Censis il 3 per cento della popolazione adulta possiede il 34 per cento della ricchezza nazionale), non è la strada della patrimoniale che può condurre a ridurre le diseguaglianze. Almeno in questa fase congiunturale. La tesi di Draghi è che in questo momento non bisogna strozzare in alcun modo l’economia né con politiche fiscali punitive, né con politiche monetarie restrittive. Ci sarà un rimbalzo dell’economia già in questo trimestre, grazie alle prime riaperture, ma non è scontato che poi seguirà una ripresa solida e strutturale con tassi più alti rispetto al pre-Covid. Anche il fisco, allora, deve servire a spingere il Pil.
La cornice della sua riforma Draghi l’ha già disegnata. Intanto c’è forte il principio della progressività (chi più ha, più paga in maniera progressiva e non solo proporzionale) come stabilisce la Costituzione. Ieri l’ha ripetuto anche per riprendere la distanze dall’idea della tassa piatta proposta dalla Lega.
Perché di fatto la flat tax favorisce i redditi alti, ormai l’hanno capito anche negli Stati Uniti di Joe Biden che il meccanismo del cosiddetto “sgocciolamento” (trickle-down), in base al quale il vantaggio si scaricherebbe anche sui ceti in basso, non funziona. Progressività, dunque, e organicità. Non una riforma a pezzetti (la tassa di successione, poi le aliquote Irpef e così via) ma un nuovo sistema di tassazione organico che riguardi tutti i prelievi e tutti gli attori economici, famiglie e anche imprese. Questione di metodo, per appunto. E nel Pnrr consegnato alla Commissione europea c’è l’indicazione di una revisione delle aliquote dell’Irpef con l’obiettivo di semplificarle, razionalizzarle e ridurre il prelievo. Chi e come lo deciderà? Ci sarà prima una legge delega approvata dal Parlamento che per sua natura resterà piuttosto generica, poi sarà nominata una Commissione di esperti che – come ha detto Draghi nel suo discorso programmatico «conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta» e che tireranno le fila e proporranno una riforma complessiva. Fece così la Danimarca nel 2008, fece così l’Italia all’inizio degli anni Settanta. La riforma, dunque, sarà scritta dai tecnici. Ancora Draghi in Parlamento: «Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio ». Così c’è poco spazio per i partiti concentrati sulle prossime elezioni. Amministrative.
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