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La strategia dei creditori: alla fine la Grecia cederà in cambio di nuovi aiuti

Il paradosso della crisi greca è che nemmeno un accordo in extremis tra Atene e i suoi creditori, per scongelare l’ultima tranche di aiuti da 7,2 miliardi di euro, basterà a superare la crisi ellenica. Senza un nuovo piano per soccorrere Atene, il terzo dopo i salvataggi del 2011 e del 2012, per 240 miliardi complessivi, un’intesa servirebbe soltanto a scongiurare un default in giugno, quando il governo greco dovrà rimborsare, in 4 rate, circa 1,6 miliardi al Fondo monetario internazionale (Fmi). La prima rata, 302,8 milioni, scade il 5 del mese. Ma un nuovo bailout della Grecia oggi è tutt’altro che scontato. 
L’estensione di 4 mesi al programma di aiuti, concessa a fine gennaio dopo la vittoria alle elezioni di Syriza, il partito di sinistra radicale, si è trasformata in trattative estenuanti tra il governo guidato da Alexis Tsipras e i creditori. I negoziati sono in stallo perché «il governo ellenico non ha la capacità tecnica di presentare un serio piano di riforme» per un compromesso, sostiene un osservatore vicino alla trattativa.
Il dramma è che, a tempo quasi scaduto, tutte le parti in gioco sono nell’angolo. Syriza ha vinto le elezioni promettendo la fine dell’austerità e la cacciata della troika (Fmi, Ue e Bce). Ma cambiarle semplicemente il nome non ha mutato la sostanza. Per l’Eurogruppo e il Fmi sono prioritarie le riforme su pensioni e mercato del lavoro, i settori su cui il governo Tsipras ha messo una «linea rossa» e per i quali non accetta nuovi sacrifici, né umiliazioni. Piuttosto sarà default, minacciano i suoi ministri.
Un default, di fatto, Atene lo ha già dichiarato, senza chiamarlo così, nel marzo del 2012, dopo l’approvazione del secondo pacchetto di aiuti da 130 miliardi nella notte tra il 20 e il 21 febbraio. I detentori privati di titoli di Stato greco hanno dovuto accettare la ristrutturazione del debito con un haircut (taglio) di oltre il 50% del valore nominale dei bond e l’allungamento delle scadenze. Oggi a subire sarebbe un’istituzione internazionale, che già il 12 maggio ha visto Atene rimborsare una rata da 750 milioni prelevando fondi di riserva presso lo stesso Fmi.
Di fronte all’insolvenza, ad Atene resterebbero i fondi di emergenza della Bce alle banche greche, saliti fino a 80 miliardi per controbilanciare i ritiri dai depositi . L’accesso al credito dell’Eurotower, in cambio di titoli di Stato greco usati come collaterali, resterà aperto finché le banche saranno solventi. Perché Atene non può finanziarsi a breve termine direttamente sul mercato.
La via d’uscita? «Quando il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, dice che la soluzione alla crisi greca può essere solo politica», ammette una fonte influente dei creditori al Corriere , «intende dire che i partner europei devono decidere se possono accettare e permettersi l’uscita di Atene dall’euro. Politicamente possono farlo, anche se nessuno vuole fare la prima mossa. Sarebbe preferibile un incidente».
La novità è che la «Grexit», l’uscita della Grecia dall’unione monetaria, «non è più un tabù», anche se per il mercato sarebbe la peggiore delle soluzioni possibili. Perché, per quanto oggi le economie dell’eurozona siano più solide rispetto al 2011 e al 2012, provocherebbe «un terremoto politico», visto che i governi dell’eurozona hanno in mano circa 200 miliardi del debito greco. Sarebbe difficile, soprattutto per la cancelliera Angela Merkel, giustificarsi davanti al proprio partito, la Cdu, e agli elettori. Un tale evento scuoterebbe i mercati globali, perché farebbe venir meno la fiducia, che è alla base di ogni relazione politica e finanziaria. Perciò alla fine la convenienza politica potrebbe convincere Atene a cedere qualcosa di più, in cambio di un nuovo programma di aiuti su basi nuove, da cui potrebbe però sfilarsi il Fmi. Questo pensano i creditori. E questo sa anche il governo di Atene, persino quando per voce del ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, arriva ad azzardare la fine dell’euro in caso di Grexit.
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