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La «straordinaria» di Orcel In cammino verso Trieste con il compromesso danese?

C’erano una volta i grandi banchieri. Uomini d’altri tempi, quando si pensava al Paese e a far crescere l’economia. Lucio Rondelli era uno di questi. Era a capo del Credito Italiano, una delle “bin”. Oggi questa sigla non significa nulla, allora stava per banche di interesse nazionale. Erano tre (le altre due la Banca Commerciale e il Banco di Roma), il loro azionista di controllo era l’Iri e si chiamavano così perché erano tra le poche autorizzate a operare su tutto il territorio nazionale. Il credito era un servizio pubblico, la concorrenza bandita e la stessa politica monetaria al servizio della politica perché la Banca d’ Italia era tenuta per legge a sottoscrivere i titoli del debito non assorbiti dal mercato. All’inizio degli anni ‘ 80, complici il ministro del Tesoro Nino Andreatta e il governatore Carlo Azeglio Ciampi, la situazione è cambiata con il divorzio Tesoro-Bankitalia, cioè con l’abolizione di questa legge. Una separazione che ha cambiato il mondo del credito. È stato un processo faticoso.

La maggior parte delle banche era sotto il controllo diretto dei politici. Due delle bin, Credit e Comit, erano invece sotto il governo di Enrico Cuccia, appoggiato a sua volta dai partiti laici minori alleati della Dc e dalle grandi famiglie del capitalismo italiano. Il potere di Cuccia, sebbene informale, era quasi totale. E non sopportava iniziative autonome. Così, quando Rondelli tentò senza successo di conquistare Bna si capì che la manovra non era stata ispirata dal fondatore di Mediobanca. Il banchiere non fu difeso e venne rimosso. Non protestò, continuò semplicemente a lavorare. E così quando l’Iri vendette il Credit, e Mediobanca conquistò il controllo tramite gli azionisti privati, a presiederla fu richiamato lui. Sotto la guida di Rondelli e dell’uomo nuovo del mondo bancario italiano, Alessandro Profumo, l’istituto iniziò a crescere in modo esponenziale diventando la prima banca italiana. Ma tutte le rivoluzioni prima o poi finiscono e le controriforme sono sempre dietro l’angolo. Dopo alcuni anni, Rondelli lasciò e successivamente anche Profumo fu costretto all’uscita, arrivò Federico Ghizzoni e poi Jean Pierre Mustier.

Agenda Orcel, team e ricavi

Adesso in UniCredit è iniziata la stagione di Andrea Orcel. Un altro banchiere, come Rondelli, che lavora con visione strategica. Quali sono i progetti del nuovo ceo? Rilanciare le attività italiane, ridefinire la presenza nel centro Europa e accelerare la trasformazione digitale dei processi e del modello di servizio. Sembrano essere queste le priorità. «Ci concentreremo sulla riduzione della complessità, semplificando il modo in cui prendiamo decisioni e lavoriamo insieme. Abbiamo bisogno di razionalizzare il business, in modo da poter operare più velocemente e ottenere risultati positivi per tutti gli azionisti», ha detto il nuovo amministratore scrivendo una lettera di saluto ai dipendenti.

Va detto che il piano industriale arriverà solo dopo l’estate ma gli obiettivi sembrano essere già chiari. Prima di tutto ci sarà un rafforzamento della squadra, oltre alla revisione della macchina organizzativa. Questo può voler dire che Orcel rivedrà l’assetto della prima linea del top management basato su coppie di co-ceo. L’ordine imperativo è tornare a fare ricavi.

UniCredit è una banca commerciale ma ormai gli utili vengono principalmente dalle divisioni Cib, corporate & investment banking. E quella Unicredit non ha certamente brillato. Nel 2020 l’utile della divisione è sceso a circa 930 milioni (circa la metà di quello della analoga divisione di IntesaSanpaolo).

Ma è sul fronte nazionale che si prevedono mosse importanti. Finché non si arriverà a una vera unione bancaria europea, le fusioni cross border resteranno un’opzione ardua e le uniche aggregazioni che possono generare aumento dei ricavi e sinergie di costi sono quelle a livello nazionale. In Italia ci sono delle opportunità ma non tutte sono affari. Che cosa farà Orcel? Qui occorre mettere un punto fermo. L’attuale valutazione di mercato di UniCredit rende onerosa ogni ipotesi di fusione con scambio azionario. Da banchiere d’affari, Orcel lo sa bene e quindi preferirebbe aspettare.

Non solo Montepaschi

Ad avere fretta è però il Mef che ha l’obbligo di ricapitalizzare la controllata Mps e vorrebbe farlo nell’ambito di un’aggregazione che porti la banca fuori dal perimetro statale. Come è risaputo la trattativa informale tra Mef e UniCredit si è interrotta con l’uscita di Mustier, ma il fascicolo è ancora sul tavolo. Ora non vi sono più motivi per temporeggiare: si tratta o si chiude definitivamente il dossier. Il governo non può attendere, pena rendere il caso Mps un problema ancora più complesso. Detto questo è difficile credere che la crescita della banca milanese possa prescindere da un’operazione straordinaria.

Non è un caso che sul mercato circolino ipotesi più ambiziose. Chi parla di Mediobanca, chi di Banco Bpm, ultimamente anche di Generali. Sebbene «complessa» e con «rischi di esecuzione alti», dice un report di Morgan Stanley, una fusione tra UniCredit e Generali «potrebbe essere razionale dal punto di vista industriale» per entrambe, consentendo in particolare a piazza Gae Aulenti di aumentare l’esposizione ai ricavi commissionali, in un contesto in cui il margine di interesse sconta il contesto di tassi bassi. «I vantaggi potenziali di una tale operazione sarebbero la possibilità di far leva sui clienti della banca in Italia, Germania, Austria e Cee e il potenziale per sviluppare prodotti integrati e smantellare gli attuali accordi di distribuzione per massimizzare la redditività», scrivono gli analisti. «L’industria della bancassicurazione europea è una delle più grandi e più redditizie a livello globale», sottolinea Morgan Stanley ricordando che «dal 2009 al 2018 la crescita del bancassicurativo ha superato gli altri canali». Ma non finisce qui. Questi vantaggi non giustificherebbero l’operazione senza «le significative sinergie di capitale derivanti dall’applicazione del cosiddetto “compromesso danese”. Il “Danish compromise” è un principio contabile approvato dall’Ue nel 2012 (quando la Danimarca era presidente di turno) che allevia l’assorbimento di patrimonio per le banche che detengono assicurazioni, evitando doppi conteggi. In sostanza con l’applicazione di questo principio il Cet1 dovrebbe salire di 3-4 punti percentuali al 17-18%. Con una tale forza patrimoniale il nuovo gruppo potrebbe distribuire in dividendi il 70% dei 7-8 miliardi di utili pro-forma e fare anche del buy-back, così da «limitare parte della diluizione dell’utile per azione».

Manager e azionisti Generali

L’ipotesi degli analisti di Morgan Stanley è suggestiva anche per altre ragioni. Occorre ricordare che il capitale di Generali, oltre che da Mediobanca, è ben presidiato da Leonardo Del Vecchio (4,8%), socio storico di Unicredit ma anche importante sostenitore, insieme alle fondazioni Crt e Cariverona, della nomina di Orcel. Non solo. Alcuni soci tra cui proprio Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone (5,65%) spingono per un rinnovamento (molto gettonato è il nome del manager Allianz Sergio Balbinot), anche se il capace ceo Philippe Donnet e il presidente Gabriele Galateri continuano ad avere l’appoggio di Mediobanca e di altri investitori istituzionali. Una vera e propria lotta di potere.

Il board di Generali arriverà a scadenza nel 2021 e sarà il cda a presentare le candidature per il nuovo vertice. Sempre che non accadano fatti imprevisti. Il clima a Trieste è teso. Recentemente, per esempio, il consiglio si è diviso sul rafforzamento in Malesia con l’acquisto del ramo danni di Axa. Gli otto consiglieri vicini a Mediobanca hanno votato a favore mentre quattro hanno votato contro o si sono astenuti. Assente Caltagirone che ha inviato una lettera in cui ha chiesto di ottenere migliori condizioni.

Secondo alcune indiscrezioni, sul fronte del no si sarebbero schierati Romolo Bardin, amministratore delegato di Delfin e rappresentante di Del Vecchio, Paolo Di Benedetto e Antonella Mei Pochtler mentre Sabrina Pucci si sarebbe astenuta. Ma perché questa spaccatura? Sembra che siano state sollevate riserve di tipo industriale sul mercato malese considerato a bassa crescita e ad alto rischio. I maligni sostengono poi che ci siano delle perplessità sul fatto che Frédéric de Courtois, ex numero due di Donnet e responsabile delle attività internazionali, sia tornato in Axa a ricoprire l’incarico di deputy ceo. In ogni caso questa non è la prima frizione. C’è chi ricorda il mancato passaggio di Banca Generali dal gruppo assicurativo triestino a Mediobanca e il tormentato ingresso nel capitale di Cattolica. Al di là delle sinergie finanziarie e industriali, neanche per Orcel sarebbe semplice dunque districare questa matassa. Anche perché i recenti acquisti di Allianz, salita oltre il 3% nel capitale di UniCredit, hanno mandato un chiaro segnale al ceo di piazza Gae Aulenti. L’assenso di Monaco sarà necessario per qualsiasi operazione.

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