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La strada giusta della bad bank

Il credito si sta riducendo in Europa e questo potrebbe ulteriormente compromettere un quadro economico generale che dopo l’ottimismo estivo si sta rapidamente deteriorando.

È un segnale che merita attenzione e che dimostra la necessità di interventi ad ampio raggio sul sistema bancario europeo che finora sono mancati. La consueta indagine della Bce ha infatti rivelato che a settembre l’indice di disponibilità del credito è tornato per la prima volta a segnare restrizione, con valori più alti per le imprese rispetto alle famiglie. Non succedeva (salvo qualche sporadica punta) dal 2012, ma non c’è da meravigliarsi. Le banche, anche prima che la seconda ondata epidemica si abbattesse sull’Europa, cominciavano a fare i conti con gli effetti sul loro bilancio della gravissima caduta del reddito nazionale indotta dalla pandemia e con l’inevitabile aumento dei crediti deteriorati (i famigerati Npl, non-performing loans) che comportano onerosi accantonamenti e incidono su margini di redditività lordi già ridotti dai bassi tassi di interesse degli ultimi anni.

Le banche di tutti i paesi, a cominciare da quelle italiane, affrontano la crisi Covid-19 con un baluardo di patrimonio ben più robusto rispetto al 2008-2012. Ma potrebbe non bastare: l’ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale sulla stabilità finanziaria stima che l’impatto sul sistema bancario globale sarà molto forte e che in uno scenario sfavorevole (che con l’ultima piega presa dall’epidemia diventa più probabile di prima) si arriverebbe ad un deficit di capitale significativo: oltre 400 miliardi di dollari, per tre quarti circa nei paesi avanzati e per quasi metà nelle banche globali di rilievo sistemico. Al di là dell’esercizio di stima, il Fondo ammonisce comunque che c’è una «coda di banche fragili che potrebbero vedere minacciata la loro solvibilità» e che in questo gruppo ci sono anche non pochi colossi globali.

A questo punto è chiaro perché il credit crunch, che finora è stato scongiurato diventa un pericolo concreto e quindi quanto sia urgente mettere in sicurezza i sistemi dell’eurozona, dove le banche sono costrette a navigare fra gli scogli di Scilla, cioè lo smaltimento degli Npl della crisi precedente (è il caso dell’Italia) o quelli di Cariddi di una redditività modesta e quindi probabilmente insufficiente ad assorbire i futuri accantonamenti. Questo è il caso della Germania, dove fra l’altro è altamente probabile si trovino alcune delle grandi banche mondiali nel mirino del Fondo.

Nella crisi passata, l’Europa ha sprecato la grande occasione di dare una risposta comune ad un problema che, pure con variazioni nazionali, colpiva tutte le banche del continente. Su queste colonne si è sollevato il problema in tempi non sospetti e si è dato ampio risalto agli interventi delle autorità: il Fondo monetario, l’Eba, la Bce che chiedevano di trovare soluzioni comuni ad un problema largamente generalizzato. Ma la politica ha impedito che tutte queste proposte trovassero udienza a Bruxelles, per la solita micragnosa idiosincrasia dei paesi “frugali” a misure vagamente in odore di trasferimenti a favore della periferia. Ma il problema oggi è diventato ineludibile e dunque merita la massima attenzione la recente proposta che la stessa Bce, attraverso la sua massima carica di vigilanza – quella di Andrea Enria – ha recentemente (ri)lanciato: creare una bad bank europea (o un sistema europeo di bad bank nazionali) che acquisti dalle banche i crediti a rischio e li smaltisca gradualmente. La cessione a tappe forzate finora avvenuta ha infatti comportato per le banche ulteriori sacrifici rispetto ai presumibili valori di realizzo a motivo delle scarse dimensioni e della scarsa efficienza del mercato degli Npl: un operatore di dimensioni sovranazionali, forte del sostegno pubblico consentirebbe di imporre alle banche una nuova ondata di sacrifici economici. In un certo senso, si tratterebbe di ripercorrere la strada delle misure che il governo americano varò all’indomani del fallimento di Lehman e che hanno consentito a quel sistema bancario di riprendersi in poco tempo da una crisi senza precedenti. E Enria dimostra che si può attuare la proposta senza dar luogo ai tanto temuti trasferimenti fra paesi.

Oggi in Europa gli egoismi nazionali sono sempre forti e il rischio di veti incrociati altissimo, ma dalla proposta di Enria hanno tutti da guadagnare: i paesi che hanno ancora un volume elevato di Npl da smaltire, come l’Italia, quelli in cui le insolvenze possono aumentare in modo significativo (la Francia, dove il credito delle imprese è aumentato in modo netto e in controtendenza rispetto a tutti gli altri paesi), fino a quelli in cui le grandi banche hanno in portafoglio un volume cospicuo di titoli trattati in mercati poco o affatto efficienti (la Germania). Ma non si può aspettare altro tempo: bisogna agire subito perché non è in gioco la redditività di domani delle banche, ma il flusso di credito di oggi a imprese e famiglie, cioè l’ossigeno di quel poco di attività economica normale che si sta tenendo in vita in questi giorni.

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