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La storia del condono che non chiude mai

di Gianni Trovati

Come un'auto che perde i pezzi: prima si visita il meccanico per la frizione, dopo pochi chilometri è ora di tornarci per sistemare il cambio, nel frattempo si è spenta una luce e la convergenza dà più di un problema. Risultato, di strada se n'è fatta poca, ma nel continuo andirivieni con l'officina la fiducia che il mezzo possa ancora funzionare è svanita: meglio il treno.

È quello che rischia di capitare alla lunga storia del condono 2002 dopo l'ultimo capitolo scritto nella manovra estiva, che alla caccia di risorse per puntellare i conti pubblici nel loro sforzo verso il pareggio di bilancio aggiunge due elementi: l'agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza devono andare a caccia dei contribuenti che dopo la prima rata si sono dileguati con «ogni azione coattiva necessaria» per recuperare tutte le somme dovute (ma non lo prevedevano già le leggi in vigore?), mentre per chi ha aderito al condono Iva, poi bocciato dalla Corte europea, si allungano di un anno i tempi per l'accertamento, già raddoppiati dal Dl Visco Bersani del 2006 quando si entra nel penale. Lontano dall'ufficialità, gira un vortice di cifre, dominate dai 60 miliardi di evasione Iva su cui sarebbe aperta la caccia: dal Fisco non arrivano numeri certificati, anche perché la manovra è in vigore da due settimane e la task force Entrate-Equitalia che sta studiando il dossier si è appena insediata.

Il problema, però, è nel percorso tortuoso che ha condotto alla "riapertura" delle ostilità e alla previsione dei tempi supplementari concessi dalla manovra-bis. La decisione di far salire l'Iva, imposta europea per eccellenza, sulla giostra del condono nel 2002 era rischiosa in origine. Secondo i giudici europei il condono, con il maxi-sconto che lo assimilava a una «quasi esenzione», «pregiudica seriamente il corretto funzionamento del sistema comune dell'Iva e danneggia il mercato comune poichè i contribuenti in Italia possono sperare di non dovere versare una considerevole parte degli oneri fiscali».

A quel punto gli ex condonati si sono trasformati da "soci" del Fisco, con cui avevano siglato un contratto di pace, a presunti colpevoli, con l'aggravante di aver consegnato nelle mani dell'amministrazione finanziaria tutti gli indizi utili a stanare l'imposta non pagata. Nel frattempo, il decreto Visco-Bersani del 2006 aveva aperto la strada al raddoppio dei termini degli accertamenti quando l'evasione contestata supera le soglie di rilevanza penale; potenzialmente una bomba, esplosa a fine luglio quando la Corte costituzionale ha promosso i termini raddoppiati anche nei casi in cui la violazione è contestata quando i termini ordinari sono già scaduti. Sull'assist dei giudici delle leggi, il Governo (e il Parlamento) sono andati in schiacciata, prorogando di un anno i termini (raddoppiati) «pendenti al 31 dicembre 2011». «Se si tratta di una schiacciata è da vedere – riflette Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili – perché sin dal primo giorno l'aggiunta di tempo a termini già raddoppiati ci ha fatto venire qualche dubbio di costituzionalità» (si veda anche Il Sole 24 Ore dell'8 settembre). Fatto sta che, calendario alla mano, nemmeno con il raddoppio extra-large si arriva a coprire tutti gli anni del condono, perché in caso di omessa dichiarazione l'accertamento può risalire fino al 2000 mentre quando la dichiarazione c'è ma è infedele oltre il 2002 non si va. «È vero – conferma Siciliotti – anche questo aspetto mina la razionalità della norma, ma al punto in cui siamo ragionare in termini di coerenza sistemica mi pare generoso». A completare la metamorfosi in bersaglio dell'ex condonato c'è la modalità con cui è scritta la norma, perché anche gli anni successivi al condono sono ancora «pendenti al 31 dicembre 2011», per cui chi ha aderito al patto (si fa per dire) con il Fisco si troverebbe bollato "a vita" come presunto evasore, meritevole di un trattamento peggiore degli altri.

Se la decisione europea sull'Iva non è stata soprendente, nemmeno l'emergere dei "furbetti" del condono sulle altre imposte è stata fonte di stupore, perché il pagamento della prima rata apriva un'autostrada a chi si voleva defilare. Ora la manovra-bis ha aperto il rush finale dei controlli, nel tentativo di recuperare in extremis 4,2 miliardi che si sono persi per strada; e, anche, di evitare che qualche magistrato della Corte dei conti si metta a chiedere come mai la caccia finora non fosse scattata a dovere.

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