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La sterlina ai minimi da gennaio

Un pizzico di cautela alla vigilia di una giornata che si preannuncia densa di appuntamenti sul versante dei tassi – la Federal Reserve si pronuncerà questa sera – e anche su quello politico -il voto in Olanda aprirà di fatto la stagione delle elezioni europee – ma anche qualche tensione sugli asset del Regno Unito con la rimozione degli ultimi ostacoli sul cammino verso la Brexit dopo il via libera della camera dei Comuni all’iter al divorzio dall’Unione europea.
A farne le spese è stata soprattutto la sterlina, scivolata in mattinata fino ai minimi di gennaio nei confronti del dollaro a quota 1,2130 per poi recuperare terreno soltanto in parte nel resto della seduta. A pesare sulla valuta britannica (tanto da spedire l’euro di nuovo vicino a quota 0,88 come la scorsa settimana) è anche la possibilità che il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, indica un nuovo referendum per l’indipendenza dalla stessa Gran Bretagna proprio alla luce della futura Brexit.
«Nonostante la sterlina sia enormemente sottovalutata rispetto agli standard storici l’incertezza che circonda il futuro del Regno Unito è tale che si fatica a essere rialzisti sulla sterlina, nel momento in cui si devono affrontare difficili negoziati e a maggior ragione con la Scozia che prepara un secondo voto dopo quello del 2014», conferma Joshua Mahony di Ig. Debole è stata pure la chiusura della Borsa di Londra, ma in questo caso il movimento è da collegare piuttosto alle vendite che hanno colpito i titoli petroliferi(-1,68% a livello europeo) di riflesso al calo del greggio, finito ai minimi da 3 mesi (poco più di 50 dollari al barile per il Brent).
E soprattutto, la performance del listino britannico non è stata poi così differente rispetto a quelle del resto del Vecchio Continente: Milano e Madrid hanno perso rispettivamente lo 0,85% e lo 0,91%, Parigi lo 0,51%, mentre Francoforte (-0,01%) è stata l’unica a confermarsi sui valori della vigilia. Il tema per i mercati azionari ruota piuttosto attorno alle decisioni che la Fed prenderà questa sera sui tassi, e la prudenza di New York ne è la conferma. Un rialzo da 25 punti base è ormai scontato per gli investitori, che si concentreranno però sulle parole con cui il presidente Janet Yellen accompagnerà la scelta, nel tentativo di capire gli orientamenti nei restanti nove mesi dell’anno.
«Siamo arrivati al punto in cui esiste anche la possibilità che la Fed operi quattro strette nel corso del 2017 – sottolinea Luke Bartholomew di Aberdeen Am – ma il mercato si è appena abituato all’idea di tre rialzi, quindi Yellen deve essere molto cauta nell’inviare segnali perché rischia di far oscillare i mercati». Per il momento però le reazioni sono state piuttosto contrastate, e se il dollaro si è leggermente apprezzato (l’euro ha chiuso comunque sopra quota a 1,06) i rendimenti dei titoli di Stato Usa sono invece scesi di qualche centesimo (2,59% il decennale) finendo per influenzare anche i tassi d’Europa.
Per i bond sovrani dell’Eurozona è stata infatti una giornata dai due volti e la pressione iniziale sui periferici si è andata via via stemperando, tanto che alla fine il rendimento del BTp decennale è sceso al 2,34% e lo spread con il Bund si è confermato a 189 punti base. Il mercato sembra ignorare gli eventuali rischi legati alle elezioni di oggi nei Paesi Bassi: «È improbabile che un partito populista come il Pvv di Geert Wilders possa ottenere la maggioranza, né far parte del nuovo Governo ed è quindi improbabile che a breve venga indetto un referendum per l’uscita del Paese dall’euro», spiegano gli analisti di Nn Investment Partners, società di gestione olandese. L’impatto vero sui mercati, secondo loro, si vedrà con il voto francese.

Maximilian Cellino

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