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La stella tedesca non smette di brillare

La stella della Germania continuerà a brillare anche quest’anno. La Francia, in apparenza degna compagna di banco di Berlino, nasconde invece qualche segnale di debolezza. Mentre Italia e Spagna si confermano i più vulnerabili tra i big dell’Eurozona. Se sui mercati le tensioni dello spread sembrano concedere una tregua, i differenziali della performance economica tra i “grandi” sono dunque ancora elevati. Solo un aspetto accomuna i quattro Paesi: la lentezza nella modernizzazione della macchina burocratica, dove nessuno eccelle. Lo rileva la comparazione effettuata dal Ceps, il Center for European Studies di Bruxelles, per il Sole 24 Ore. Una pagella compilata sulla base dell’Annual Growth Survey 2013, l’agenda per la crescita che ha dato il via al semestre europeo per il coordinamento delle politiche economiche. Il documento ha indicato cinque priorità: risananento favorevole alla crescita, maggiore accesso al credito, rilancio della competitività, lotta alla disoccupazione e modernizzazione della Pa.
La performance
Nel 2012 nessuno è rimasto immune alla crisi e persino la locomotiva tedesca ha rallentato la corsa. Ma le fondamenta della sua economia si sono dimostrate solide. Secondo le previsioni dell’esecutivo Ue il Paese ha viaggiato al ritmo dello 0,8% nel 2012 e lo manterrà anche nel 2013, ma ritroverà il 2% nel 2014. Non solo. Secondo le stime del Ceps, tra i quattro grandi il Pil di Berlino è quello più vicino al suo potenziale: una distanza dello 0,9% quest’anno contro il 4,8% della Spagna, il 3,5% dell’Italia e il 2,9% della Francia. Fiori all’occhiello del paese sono anche i conti pubblici in ordine (con il bilancio a un soffio dal pareggio), minori difficoltà di accesso al credito, forte competitività (con un mix tra prezzi contenuti e salari adeguati) e bassa disoccupazione. «La Germania – dice l’economista del think tank Cinzia Alcidi – si conferma il campione d’Europa. Il giudizio positivo raccoglie i frutti di dieci anni di riforme che le hanno permesso di superare i momenti difficili legati alla riunificazione». Un modello da seguire, dunque, secondo le ambizioni di Angela Merkel? «Più che un modello direi un punto di riferimento – precisa Alcidi – perchè ciascun Paese mostra caratteristiche diverse che esigono ricette adeguate».
Nel tradizionale asse franco-tedesco l’anello più debole sembra dunque essere la Francia. «Parigi – prosegue l’economista – appare più svantaggiata sui fondamentali, con un debito pubblico elevato, un alto livello di disoccupazione e il tallone di Achille della bassa competitività». Una spia accesa che la rende particolarmente esposta ai riflessi della crisi dell’euro e ha portato il Paese all’uscita dell’Olimpo della tripla A per Moody’s e S&P.
Lontane dal gruppo di testa sono Italia e Spagna. «La prima – spiega Alcidi – soffre di una vulnerabilità più strutturale, la seconda paga per problemi di natura ciclica». Roma, secondo le stime di Bruxelles, registrerà una crescita debole anche quest’anno, ben lontana dal suo potenziale, una bassa competitività e una disoccupazione elevata. Il deficit è in fase discendente e dovrebbe ridursi dell’1% quest’anno (a quota 3,6%). «Ma le spine nel fianco – sottolinea l’economista – restano l’alto debito (oltre il 120% del Pil) e il costo del lavoro elevato. Due nodi che richiederanno tempo per essere sciolti». Per Madrid, in preda alla crisi del settore bancario e allo scoppio della bolla immobiliare, i freni alla crescita sono soprattutto legati all’alta disoccupazione e al deficit fuori rotta (previsto al 6% quest’anno).
Il moloch della burocrazia
La strada è invece ancora in salita per tutti sul fronte della modernizzazione della Pa. Germania e Francia sono un po’ più avanzate, ma senza eccellere, mentre l’Italia guadagna la maglia nera. «Berlino – dice Andrea Renda, responsabile del Ceps digital forum – merita un sette perché mostra poca corruzione, scarsa incidenza dell’economia informale e segnali positivi sui contratti e sulle remunerazioni. Il Paese è però un po’ indietro nell’uso di strumenti high-tech». Stesso giudizio per Parigi: l’amministrazione funziona, viene rilevata poca corruzione, la Pa è affidabile ma con qualche lungaggine burocratica di troppo. «Resta però ancora molto da fare – precisa Renda – sulla trasparenza e sull’affidabilità». In Spagna l’amministrazione è invece spesso un ostacolo: basti pensare che per aprire un’impresa servono ben 18 giorni. «È il tipico Paese del Sud – spiega l’economista – con una corruzione significativa, un’economia sommersa importante, contratti della Pa troppo scollegati dalla performance e dai risultati, scarsa familiarità tra burocrazia e cittadino». All’ultimo posto è l’Italia. Le uniche note positive sono l’uso crescente dei servizi di e-government e i tempi ridotti per aprire un’impresa. «Ma – conclude Renda –non basta per attrarre investimenti: il costo per avviare un’impresa, la tassazione sul lavoro e le lentezze croniche del sistema civile e amministrativo inibiscono molti tentativi. La riforma della Pa è arenata, il sommerso è mostruoso».

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