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La sponda americana di Super Mario

La politica monetaria è una questione di fiducia. E Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (Bce), finora non ha mai tradito la fiducia né degli altri banchieri centrali né dei policymaker né degli investitori. Merito anche di una rete fidata di rapporti transatlantici. L’asse tra Washington e Francoforte resta solida, nonostante la politica monetaria della Bce ora sia divergente rispetto a quella della Federal Reserve.
Una delle personalità istituzionali più vicine all’attuale politica monetaria della Bce è il numero uno del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde. L’appoggio, e la fiducia, a Draghi non sono mai state in discussione dal 2011 a oggi, e durante l’ultimo G-20 la Lagarde ha fatto notare che non c’è solo bisogno di politica monetaria non convenzionale. Come Draghi, ha ricordato che devono essere fatti numerosi passi avanti sul versante delle riforme strutturali. Questo perché «c’è bisogno di azioni urgenti non solo per sostenere il potenziale economico ma anche la fiducia nella ripresa e nella crescita». In altre parole, anche i Paesi dell’eurozona debbono fare la loro parte, come sottolinea il banchiere italiano da quando si è seduto sullo scranno più importante della Bce.
Qui Washington
Draghi può contare sul supporto anche di numerosi esponenti della Federal Riserve. Il presidente Janet Yellen, per esempio, che ha rimarcato più volte che la politica monetaria della Bce è funzionale al ritrovamento di quello slancio economico che l’eurozona ha perso con l’esplosione della crisi. Sebbene Fed e Bce ora abbiano intrapreso due percorsi divergenti — la prima ha iniziato l’exit strategy dagli stimoli monetari, la seconda li continuerà almeno fino al 2017 inoltrato —, la Yellen continua ad avere fiducia in Draghi. Sulla stessa posizione è il suo vice, Stanley Fischer, ex governatore della Bank of Israel. Secondo l’economista, che diede a Draghi diversi consigli per il secondo capitolo della sua tesi di dottorato al Massachusetts istitute of technology (Mit) nel 1976, «i mercati non devono aver timori eccessivi riguardo la politica monetaria delle principali banche centrali globali». Questo perché «il monitoraggio e la condivisione dei dati fra istituzioni sono una costante dal 2008». Il coordinamento tra Washington e Francoforte, a detta dei funzionari sia dell’una sia dell’altra banca centrale, è totale. Nessuna divergenza.
Money manager
Ma ci sono anche i mercati. E Ray Dalio è forse il più rilevante alleato di Draghi nel mondo degli investitori. Il numero uno del fondo hedge Bridgewater, che ha gestisce oltre 154 miliardi di dollari, è convinto che le azioni di Draghi siano corrette. Nell’ultima analisi del team di Dalio, inviata la scorsa settimana i clienti istituzionali, si rimarca che «finora la Bce ha continuato a sostenere la propria politica monetaria in modo corretto e coerente, e non ci attendiamo sorprese». Il ruolo di vigilante di Draghi non è quindi in discussione.
Come Dalio c’è anche un altro big di Wall Street che continua ad aver fiducia in Draghi, sia pure con qualche critica. Si tratta di Mohamed El-Erian, ex fondatore di Pimco, ora ad Allianz. Per El-Erian c’è il rischio che ora gli investitori possano chiedere sempre di più al banchiere centrale. «Tutti continuano a spingere per il tasso principale negativo, si sono attrezzati per gestirlo, ma cosa succederebbe se Draghi non facesse quanto chiedono i mercati? Probabilmente perderebbe parte della grande credibilità che gode», spiega. Tuttavia, El-Erian è convinto che «Draghi saprà dare indicazioni precise agli investitori sul percorso della Bce».
Critici
Chi invece ha messo in dubbio le misure di Draghi, e il suo tentativo di indirizzare i mercati finanziari negli ultimi tre anni, è stata l’agenzia di stampa Bloomberg. Lo scorso mercoledì, alla vigilia della decisione della Bce, è stata pubblicata una lunga analisi — firmata dal Comitato editoriale della testata — in cui si faceva notare che l’istituzione di Francoforte sta esaurendo le frecce nella sua faretra. Eppure, oltre a un’ulteriore espansione del Quantitative easing (allentamento quantitativo, o Qe), la Bce potrebbe spingere ancora di più i tassi in territorio negativo, in modo da incentivare gli istituti di credito a erogare fondi alle imprese.
Simile, ma più dura, la visione del premio Nobel Joseph Stiglitz. Nello scorso dicembre, l’economista della Columbia ha detto che Draghi stava giocando col fuoco. «Il “Whatever it takes” era solo uno stratagemma per guadagnare la fiducia degli investitori», ha spiegato, facendo riferimento al discorso di Draghi pronunciato a Londra il 26 luglio 2012 durante la Global investment conference. Idea non mutata dopo giovedì scorso.
Il territorio nel quale si muove la Bce, fatto di una politica monetaria mai osservata prima nell’euro area, resta inesplorato.
Ma ciò che conta, fra banchieri centrali, è la credibilità. Una qualità che a Draghi non manca.

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