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La spinta di Marchionne verso Gm Volkswagen-Suzuki, così il divorzio

In un colloquio con «Automotive News», Sergio Marchionne ha ribadito la sua convinzione di aver individuato in General Motors il partner adatto alla convergenza con Fca. Marchionne è partito da una complessa e dettagliata analisi di strategia industriale, maturata nel tempo, scandagliando prodotto per prodotto, architettura per architettura, fabbrica per fabbrica, regione per regione, da cui è scaturita la certezza di poter dar vita ad un gruppo, il più importante del mondo, capace di generare utili sino a 30 miliardi di dollari all’anno. «Quando si giunge a questo livello di analisi, a questo tipo di introspezione — ha sottolineato Marchionne — molto approfondita sulla propria attività, pur evidenziando differenze culturali, vale la pena di correre il rischio, i vantaggi sono così importanti che ritengo sia doveroso non scartare nessun tentativo per concludere». Ha ancora ribadito che «una trattativa può essere respinta, ma prima è necessario discuterla», un messaggio scarno, ma efficace, per sollecitare chi, all’interno del gruppo americano, rifiuta a priori un colloquio. 
Alcuni investitori riconoscono la validità di questo piano, ritenendo che dall’unione di Fca con Gm scaturirebbero utili molto superiori a quelli che attualmente realizzano separatamente le due società, senza danneggiare la forza lavoro e le reti di distribuzione, con vantaggi economici per entrambi i partner. Nell’incontro avvenuto a Las Vegas la scorsa settimana con 7 mila dealer, statunitensi, europei, asiatici e sudamericani, Marchionne ha illustrato la gamma prodotto e la tecnologia (tra cui i motori ibridi ed elettrici) che Fca ha pronte, per essere commercializzate nei prossimi due anni, dimostrando che il gruppo ha le risorse necessarie per procedere in assoluta autonomia sulla strada della crescita, dettagliata nel suo piano industriale del 2014.
Crede nell’ alleanza tra Fca e General Motors anche Bob Luz, ex vicepresidente di Gm ed ex coo di Chrysler, che ha dichiarato che «questa convergenza ha un significato concreto», aggiungendo che quando nel 2007 in Gm cercava soluzioni per la sua azienda, aveva già identificato la possibilità di effettuare 7 miliardi di sinergie all’anno, nel solo Nord America. Sempre alcuni investitori hanno ribadito che Marchionne — lui stesso si considera un duro negoziatore — non rinuncerà sicuramente a proseguire nel suo progetto e che potrebbe rivolgersi agli azionisti se i vertici di Gm non lo ascolteranno. Nel frattempo Gm, con il recente buy-back, ha cercato di calmare i suoi azionisti. Non è passato inosservato che, a fine giugno, alcuni di loro hanno rafforzato le proprie quote nel capitale, inoltre sono state registrate anche importanti new entry . Anche Forbes crede nella possibilità del «merger». Il giornale Usa infatti ritiene fattibile il tentativo di Sergio Marchionne di forzare General Motors alla convergenza e calcola che da questo matrimonio potrebbe esserci un ritorno per gli azionisti tra i 3 e 6 miliardi di dollari. Max Warburton, analista di Sanford C. Bernstein, ha scritto «mettere insieme Fca e Gm appare impossibile sia in termini operativi che gestionali, ma esiste solo una persona che potrebbe farlo funzionare, e questo è Marchionne».
Nel frattempo anche la lunga diatriba tra Volkswagen e Suzuki è arrivata alla conclusione. Il tribunale ha emesso il suo verdetto che di fatto ha condannato entrambe le società imponendo al gruppo tedesco di vendere le azioni del costruttore giapponese, ridandogli la sua indipendenza ma riconoscendo il risarcimento dei danni per il mancato rispetto di alcuni termini contrattuali da parte di Suzuki. Una cooperazione partita nel 2009, ma mai diventata operativa. Il presidente Osamu Suzuki si era opposto alle imposizioni di Wolfsburg che detenendo il 19,9% del capitale, voleva gestire totalmente le attività nipponiche. Suzuki aveva preferito rinnovare la partnership con Fca per i motori diesel, invece di scegliere quelli tedeschi.

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