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La spinta di Draghi per aiutare la crescita

BERLINO A Mario Draghi «pare un po’ difficile» che le norme sul bail-in vengano sospese. Si tratta di «regole appena entrate in vigore», ha detto ieri durante un’audizione al Parlamento europeo. Non sarà la Banca centrale europea a deciderlo: è materia di competenza della Commissione Ue – ha chiarito. Ciò nonostante, difficile che non rimangano in vigore. Si tratta della norma contenuta nella direttiva europea sulla gestione delle crisi bancarie, secondo la quale nei casi di insolvenza i primi a pagare, cioè a perdere il capitale investito, sono gli azionisti e alcune categorie di obbligazionisti. Un regola «per il meglio», ha sostenuto il presidente della Bce, perché così non si usa il denaro dei cittadini per salvare le banche, come invece è successo in passato. Norma che però comporta l’aumento dei rischi per chi compra azioni o obbligazioni bancarie, fatto che nelle settimane scorse ha contribuito alle forti vendite in Borsa dei titoli del settore. Non solo ma soprattutto in Italia. Draghi ha sottolineato l’improbabilità di una sospensione delle regole sul bail-in risposta a una domanda del parlamentare europeo (dei Popolari) Fulvio Martusciello.
La chiave, piuttosto, a suo parere sta nel mettere le banche in condizione di avere un capitale solido, in modo che la fiducia di chi ci vuole investire possa esserci. Da questo punto di vista, ha ribadito che il sistema bancario dell’Eurozona è molto più robusto oggi che prima della crisi del 2008. Le regole sul capitale minimo che debbono possedere a fronte dei rischi insiti nella loro attività le hanno rafforzate. Altro potrà essere fatto: Draghi ha però voluto chiarire che non sono in vista nuove norme prudenziali che possano ridurre la già diminuita redditività degli istituti. «I governatori delle banche centrali e i capi della supervisione – ha detto – si sono impegnati a non aumentare significativamente i requisiti generali nel settore bancario».
Il passaggio di mercato, ma anche politico, che le banche stanno attraversando è molto delicato. Draghi si muove tra la necessità di affermare l’importanza delle normative tese a rendere più sicuri gli istituti e quella di non penalizzarli con vincoli costosi. O addirittura destabilizzanti. Su un’altra questione di grande importanza per l’Italia, la valutazione non più a rischio zero dei titoli di Stato detenuti dalle banche, si è espresso con grande prudenza. Le banche italiane ne detengono per 400 miliardi e se non fossero più considerati a zero rischio – come vogliono la Germania e la Commissione Ue – dovrebbero aumentare significativamente il loro capitale, con seri rischi di crisi. Draghi ha detto che la decisione su come trattarli non potrà essere presa solo nell’Eurozona ma a livello globale, cioè alla Banca per i regolamenti internazionali di Basilea. Ma che comunque si tratta di «una questione rilevante da affrontare con molta attenzione e gradualità». Ha poi smentito che ci siano colloqui con le autorità di Roma affinché la Bce compri crediti incagliati delle banche italiane. Questi possono, in certe forme cartolarizzate e con un certo grado di rating, essere accettati dalla Bce ma solo come garanzie collaterali per i suoi prestiti.
Nelle stesse ore le Borse registravano forti guadagni: Tokyo è salita di oltre il 7%, Milano del 3,19%, Londra del 2,04%, Francoforte del 2,67% e Parigi del 3,01%.
Draghi ha poi detto che la politica monetaria della Bce è l’unica politica espansiva nell’Eurozona «da quattro anni». Che se ce ne sarà bisogno in marzo la banca centrale «non esiterà ad agire», cioè ad allentare ulteriormente il credito. Che i bilanci dei governi dovrebbero essere fatti di meno tasse e più investimenti in infrastrutture, solo però per chi può permetterselo. Che l’accordo con il Regno Unito per evitarne l’uscita dalla Ue sarebbe bene proteggesse il mercato unico e l’Unione monetaria e non fosse confuso: diversamente, potrebbe avere effetti sistemici negativi. E ha confermato che la Bce sta studiando il ritiro delle banconote da 500 euro ma per ragioni di lotta alla criminalità e non per motivi limitazione del contante o di politica monetaria.

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