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La spinta del Recovery sull’occupazione: 750 mila posti in più

Il Recovery porta in dote 750 mila occupati in più. Circa la metà del milione e 350 mila che si aggiungeranno da qui al 2024, l’orizzonte di calcolo del Def, il Documento di economia e finanza. Basterà giusto a colmare il divario con il picco di occupati segnati dall’Italia nel giugno 2019: 23 milioni e 850 mila. Ci serviranno cioè quattro anni e una spinta eccezionale da 191 miliardi europei per tornare alla casella di partenza. Ad un’Italia comunque fanalino di coda – nel 2019 come oggi – per l’occupazione di giovani e donne, al top delle classifiche Ue per Neet, ragazzi che non studiano, non si formano e non lavorano.
Non è ancora possibile calcolare quanti dei 750 mila nuovi occupati trainati dal Pnrr – Piano nazionale di ripresa e resilienza – saranno giovani e donne. Ma certo la “quota” inserita all’ultimo nel documento da oggi in Parlamento – e sollecitata dal neosegretario Pd Enrico Letta – potrà forse dare una spinta. «Il governo monitorerà attentamente gli impatti delle misure per l’occupazione femminile, giovanile e nel Mezzogiorno», si legge nel testo, con riferimento ai tre divari (genere, generazionale, territoriale) da colmare. A questo scopo «saranno inserite, per le imprese che a diverso titolo parteciperanno ai progetti» finanziati dai fondi Ue, «previsioni dirette a condizionarne l’esecuzione all’assunzione di giovani e donne». Come? «Anche tramite contratti di formazione e specializzazione». E con riserve nei bandi di gara, dove «saranno indicati, come requisiti necessari e/o premiali dell’offerta, criteri orientati verso gli obiettivi di parità». Per Chiara Gribaudo, deputata Pd e nella segreteria nazionale del partito con delega ai giovani, si tratta di «un cambio di prospettiva notevole perché si passa da una politica dei bonus a una politica di progetti».
Anche Maria Cristina Pisani, presidente del Consiglio nazionale dei giovani, plaude alla novità delle quote «senz’altro positiva e da noi auspicata già ai tempi del Recovery di Conte». Ma, come allora, fa notare che nel Pnrr i giovani restano priorità trasversale. «Torniamo a proporre anche al governo Draghi di inserire già nel Recovery una quota esplicita del 30% riservata all’occupazione giovanile, di cui tenere conto nei progetti più che nei bandi, e salire così dal 2% della bozza Conte al 12% delle risorse». Da 4,5 a 29 miliardi su 191 totali di un piano che d’altronde si richiama alle prossime generazioni: Next Generation Eu. Il Recovery farà avanzare il Pil, di qui al 2026, ultimo anno per completare i progetti, di 3,6 punti. E l’occupazione di 3,2: nel dettaglio, +3,3% per i giovani, +3,7% per le donne, percentuali che al Sud diventano +4,9% e +5,5%. «Attenzione però si tratta di crescita cumulata nei vari anni», spiega l’economista di Ref Fedele De Novellis. «Questo significa che ogni anno un pezzetto – dell’ordine dello 0,6-0,7%, cioè sei o sette decimi di punto – sia del Pil che dell’occupazione aggiuntivi che registreremo saranno dovuti al Pnrr». Tradotto: se nel 2022 il Pil segnerà – come dice il Def – un +4,8%, il Recovery vi avrà contribuito per lo 0,6-0,7%. Alla fine dei sei anni, la somma di questi “pezzetti” varrà più del 3%. Così i posti di lavoro.
Al momento però tradurre le percentuali del Pnrr in nuova occupazione è possibile solo fino al 2024, orizzonte del Def. «Sull’occupazione di giovani e donne persistono ancora criticità», nota il presidente del Cnel Tiziano Treu. «Questa parte del Pnrr va rafforzata. La valutazione di impatto la chiede l’Europa, ma la clausola così com’è non basta».
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