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La spinta dei dati per le scelte Bce, più vicini gli interventi straordinari

I dati di Eurostat certificano la deflazione in Europa e danno consistenza allo scenario più negativo ipotizzato dalla Bce per intervenire con un’azione forte, così da correggere la rotta dell’andamento dei prezzi. In altre parole diventa più vicino il programma di Quantitative easing, cioè di acquisto massiccio di titoli pubblici assieme a quelli privati, destinato ad aumentare la liquidità nell’Eurozona e quindi a far risalire i prezzi verso l’obiettivo del 2%. Lo stesso presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ne aveva indicato la possibilità nell’ultima riunione del 2014, il 4 dicembre. Rilevando pure l’eventualità di una decisione non ecumenica ma a maggioranza per superare le resistenze di una quota minoritaria ma autorevole di governatori di banche centrali, primo fra tutti di Jens Weidmann presidente della Bundesbank. 
Lunedì scorso anche la Germania si è confrontata con una riduzione del tasso di inflazione superiore alle previsioni, ma fra gli economisti tedeschi sembra prevalere la tesi che si tratti di una discesa determinata soprattutto da un consistente e rapido calo del prezzo del petrolio, che non è una causa strutturale, e che di per sé produce anche benefici all’economia. Sta di fatto, però, che la caduta dell’inflazione indebolisce ancora di più i paesi ad alto debito pubblico, come l’Italia ed è accompagnata da un’alta, altissima, disoccupazione e da una crescita ridotta ai minimi. Cosa che rende il quadro complessivo estremamente debole.
La gran parte degli economisti e degli operatori di mercato sono quindi convinti che Mario Draghi, al termine della riunione del 22 gennaio, la prima del 2015 dedicata dalle decisioni di politica monetaria, annuncerà l’avvio del Quantitative easing. Lo danno per scontato i mercati, con le Borse che sono entrate in tensione continua nell’attesa e lo testimonia l’andamento dell’euro che ieri è sceso ai livelli minimi di 9 anni fa a quota 1,1806 dollari in vista della nuova immissione di liquidità.
Un eventuale temporeggiamento della Bce o addirittura l’assenza di annunci da parte di Draghi – sostengono gli analisti – provocherebbe la turbolenza dei mercati e una forte delusione tra gli investitori, poco auspicabile in un periodo difficile per l’area della moneta unica come questo.
D’altronde, però, proprio le crescenti difficoltà non solo economiche ma politiche all’interno dell’Europa, potrebbero suggerire una scelta più prudente del previsto da parte della Bce. La situazione della Grecia, in primo luogo, vicina alle elezioni politiche – ci saranno il 25 gennaio – che ha prodotto in Germania il cortocircuito tra le voci e le smentite sulla preparazione «concreta» da parte di Berlino ad una possibile uscita di Atene dall’Eurozona. Ed ora il devastante attentato terroristico di Parigi, con il suo doloroso e allarmato strascico di tensioni nei governi europei. Gli equilibri potrebbero risultare troppo mossi per decisioni monetarie importanti ravvicinate. C’è chi ipotizza uno slittamento a marzo, ma al momento la cautela non sembra essere all’ordine del giorno. Anzi.
Secondo Nomisma e il suo capo-economista Sergio De Nardis occorre che «la Bce si muova con misure massicce e prolungate di immissione di liquidità: il Quantitative easing , deve essere di dimensione adeguata se si vuole ritrovare la via della ripresa e del rialzo dei prezzi». La Bce, sostiene invece Marco Valli, capo economista di Unicredit «non può tirarsi indietro perché mancherebbe alla sua missione principale, ovvero la stabilità dei prezzi».
A Francoforte comunque i tecnici stanno mettendo a punto diverse ipotesi di acquisto di titoli pubblici che in qualche modo rispettino le quote di partecipazione dei vari paesi al capitale della Bce o che risultino comunque meno rischiose per la Banca.
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