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La spinta Chrysler sui conti della Fiat

GRUGLIASCO (Torino) — «Un’officina che di glorioso non aveva più nulla se non il proprio passato». Ma adesso Grugliasco è tornata. La Maserati Quattroporte, primo modello della nuova era promessa da Fiat, è lì: pronta da vedere, guidare, vendere (si spera e si crede, in fabbrica e fuori). Lì c’è la Ghibli: solo una sagoma coperta da teli, ancora, però manca poco, via entro l’estate, e via entro l’anno al completo riassorbimento dei dipendenti. Lì ci sono loro, soprattutto. Gli operai. I tecnici. Gli impiegati. I veri protagonisti, per molti versi, di questa inaugurazione. Il Lingotto ci ha messo un miliardo nel rilancio dello stabilimento che oggi viene dedicato all’Avvocato e diventa Giovanni Agnelli Plant. Ma non l’avrebbe fatto, se non ci fosse stato il «sì» ampio e senza equivoci di chi alla ex Bertone lavorava. E non era scontato, quell’okay al contratto «modello Pomigliano». Questa è (era?) pura roccaforte Fiom. Più del 70% dei dipendenti ha (aveva?) in tasca la tessera dei metalmeccanici Cgil. Ed è vero: c’entra, tanto, il fatto che dal 2006 vivessero di cassa integrazione e davanti, prima dell’intervento Fiat, avessero solo lo spettro del fallimento. Fa comunque effetto, ora, vedere come accolgono John Elkann e Sergio Marchionne. Gli sguardi dei 500 già rientrati non sono di chi si senta sconfitto. I loro applausi, non di circostanza.
È chiaro, presidente e amministratore delegato non avrebbero in ogni caso nemmeno nominato la Fiom. Le poche bandiere, una trentina, che con quelle dei Cobas stazionano davanti a uno dei cancelli bastano e avanzano a testimoniare come sia finita la storia. Ma non dimenticano neppure, Elkann e Marchionne e — certo con lacerazioni personali diverse — gli stessi lavoratori, quanto sia stata dura. Quanto Grugliasco sia un simbolo persino più di Melfi o Pomigliano (dove, promette Marchionne, «per i 19 troveremo una soluzione). E qualche sassolino, da togliersi, c’è. Anche con la conferma, data in serata a sorpresa dall’amministratore delegato ai sindacati che entro giugno arriverà il piano di investimenti anche per Mirafiori.
È abile, la regia Fiat-Chrysler. Davanti a Piero Fassino, Roberto Cota, autorità locali varie e al board che poco dopo approverà il bilancio trainato dagli Usa (ricavi a 84 miliardi, utile netti a 1,41, indebitamento a 6,5) è Elkann ad «aprire». Ricorda che la decisione di rilevare lo stabilimento e investirci, e tutte le altre scelte fatte «per volere della mia famiglia e di Sergio Marchionne», è stata questione «difficile». Ma «non tutti hanno avuto l’onestà di riconoscerlo». Dunque, onore a chi invece ha dato il proprio contributo. Sguardo a coinvolgere l’intera platea di tute blu: «Se siamo qui, oggi, è perché voi avete detto sì».
Non serve andare oltre, il messaggio è chiaro. Gli applausi lo sottolineano. E (sorpresa?) sottolineano più passaggi dello stesso intervento di Marchionne. Che «oltre» ci va. Eppure qui, nella roccaforte Fiom, magari per un giorno appena ma non pare proprio «l’uomo nero della classe operaia». Tra il prima e il dopo, con Elkann, stringe centinaia di mani e ascolta parecchi «grazie». «Durante», sul podio, a sua volta rende pubblico omaggio alle «persone di questa fabbrica: ci hanno detto chiaramente, tramite referendum, che intendevano abbracciare con noi la sfida». Difficilissima, sì: «Ma il nostro è un impegno serio, la Fiat non intende piegarsi alla crisi. E qui c’è la dimostrazione concreta che si può combattere il declino».
C’è una condizione, naturalmente. La rinascita di Grugliasco ha «un significato simbolico» anche per il Paese. E allora: «Usiamo la Fiat» come motore di crescita, «per ridare all’industria italiana un futuro diverso e migliore». Ma non può accadere come per la storia della cassa integrazione a Melfi: «Un segnale che si investe, che si lavora, che c’è un domani» spacciato per impegni stracciati. «L’ennesima prova — insiste Marchionne — che la Fiat viene usata per fini politici». Ed è inaccettabile: «Usare l’una per colpire gli altri non è solo assurdo, è dannoso. Le energie spese per attaccarci, gli sforzi spasmodici per trasformarci in arena… Non sarebbe più utile indirizzarli al risanamento del Paese?».

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