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La spesa scende. Ma i big tricolori vogliono crescere

Con un paradosso, potremmo dire che la lunga crisi economica finirà per spingere la grande distribuzione italiana a diventare più moderna. Finalmente concentrandosi e diventando più efficiente. È l’auspicio — meglio, un invito perentorio — dell’Antitrust italiano che in un dossier di più di 200 pagine ha fatto di recente un’analisi severa della grande distribuzione.
Dove, va detto, il peso degli italiani sta crescendo e quello degli stranieri è in forte calo. E mentre nuovi nomi emergono, i confini tra supermercati e discount diventa più labile.
In ritirata
Il crollo di dieci punti della domanda di beni di consumo, lo stravolgimento delle abitudini di spesa delle famiglie e le nuove normative sui pagamenti che hanno drenato miliardi di liquidità dalle casse delle catene retail stanno trasformando un mondo in gran parte abituato alle rendite di posizione in un mercato più competitivo.
I primi a pagare lo scotto del nuovo scenario sono stati i grandi gruppi esteri che colonizzarono la penisola 20 anni fa e negli ultimi 5 anni hanno perso importanti quote di mercato. Perché non hanno saputo adattarsi e perché hanno avviato un processo di ridimensionamento che non è ancora finito: Carrefour ha ceduto i negozi al Sud, Auchan è in difficoltà, Billa-Rewe ha ceduto parte dei sui punti vendita (ex Standa) in centro Italia e, stando alle fonti di mercato, starebbe cercando di lasciare definitivamente il Paese.
«La minore aggressività dei nostri competitor stranieri è uno dei fattori che sta cambiando il panorama -dice Luigi Arnaudo, amministratore delegato di Finiper —. Da una parte le migliori società italiane sono state molto vicine ai clienti, sapendo interpretare per tempo l’evoluzione nei consumi, dall’altra i gruppi multinazionali hanno normalmente tempi di reazione più lenti ed essendo globali vanno là dove le redditività sono più facili e interessanti».
«Non solo in Italia ma in tutta Europa si è assistito all’affermarsi dei retailer locali, che meglio riescono a interpretare i consumi e il territorio», aggiunge Gabriele Villa, direttore generale di Esselunga.
Selezione
Ma anche tra le insegne italiane la selezione è durissima, diversi medi imprenditori, come Lombardini, hanno scelto di lasciare ad altri un campo sempre più minato. E non si contano i retailer di piccole dimensioni che hanno dovuto chiudere per difficoltà (è recente lo smembramento del gruppo siciliano Ali) oppure vorrebbero vendere ma non possono. «Spesso non trovano compratori», spiega il presidente delle Coop, Marco Pedroni. Sono all’ordine del girono anche i passaggi di affiliati un catena ad un’altra.
In questa falcidie i mattatori si contano sulle dita di una mano; Conad ha investito molto, comperando imprese in mezza Italia, le Coop hanno comprato al Sud ma hanno anche venduto (i discount Dico), e devono ristrutturare i loro ipermercati. Catene di imprenditori in associazione come Selex e Sigma sono riuscite a crescere per linee interne, così come i due gruppi discount Lidl ed Eurospin. Ma altre catene con una lunga storia come la veneta Pam dei Bastianello, la Bennet dei Ratti, la Despar, a Sisa hanno perso terreno. Questo scenario di fragilità ha spinto il capo del Conad, Francesco Pugliese, a chiedere ai colleghi di unirsi per dare vita a una solo organismo di rappresentanza per tutto il commercio, una nuova Confindustria degli scaffali grandi e piccoli più autorevole delle varie centrali che li rappresentano oggi.
Dossier
Anche l’Antitrust, si è detto, è intervenuta, sottolineando che i flussi di liquidità («contribuzione») che le grandi industrie versano nelle casse dei supermercati per le promozioni, vengono spesso «allocati nell’acquisizione di quote di mercato, piuttosto che su un virtuoso confronto con i concorrenti su qualità e prezzi dei prodotti». Da un’analisi di Eurostat emerge poi che la redditività operativa delle catene nazionali, è inferiore rispetto a quella internazionali. Tutte eccetto una: l’Esselunga, cresciuta senza compromettere i propri margini. Le statistiche europee dicono però che i nostri supermercati sono più virtuosi dei competitor stranieri sul fronte dell’inflazione perché hanno incremento i prezzi del 20% contro un aumento del 27% dei listini delle industrie.

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