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La spesa pubblica ha poco slancio Ma ridistribuisce

Sarà la spesa pubblica a sostenere la crescita? L’economia keynesiana si basa sull’idea che le spese finanziate in deficit per beni e servizi da parte dello Stato stimolino un’attività economica aggiuntiva oltre l’ammontare della spesa stessa. Non è un caso se si tratta, di solito, di interventi pensati per sostenere la domanda nei momenti di crisi, per ravvivare economie che sono nella fase discendente del ciclo.

L’impatto sul PIL degli stimoli dipende sia dal volume della spesa pubblica aggiuntiva sia dalla dimensione del suo «moltiplicatore»: cioè l’effetto che sortisce sul reddito complessivo del Paese. Una «buona» spesa è quella che ha un moltiplicatore più alto, per la quale cioè ogni risorsa impiegata a sua volta ne attiva altre.

Lo stato delle coseIn questi mesi, il mondo occidentale, a cominciare dagli Stati Uniti, si sta affidando all’intervento statale con nuovo slancio: il complesso delle nuove spese di Biden sfiora i 6 mila miliardi, dopo i circa 4 mila di stimolo anti-Covid.

Funzionerà? I democratici vollero, nel 2009, l’American Recovery and Reinvestment Act, un pacchetto di stimolo di 787 miliardi di dollari per spingere il Paese fuori dalla crisi finanziaria. Il moltiplicatore dello stimolo obamiano fu però abbastanza modesto, secondo buona parte degli studi che hanno cercato di stimarlo.

Nel caso il moltiplicatore sia 1, un aumento di una unità nella spesa pubblica e, quindi, nella domanda aggregata di beni porterebbe ad un aumento di una unità nel Pil reale. E’ come dire che i beni pubblici acquisiti attraverso la spesa sono gratuiti per la società nel suo complesso. Il governo sceglie di fare un nuovo ponte e grazie a quella decisione la produzione totale si espande al punto da sostenere la costruzione del ponte senza che nessuno debba rinunciare ad altri consumi o investimenti.

Mettiamo invece il moltiplicatore sia zero. In quel caso, un aumento degli acquisti del governo richiede una caduta uguale nel totale delle altre parti del Pil — consumo, investimenti ed esportazioni nette. In altre parole, la spesa è meramente redistributiva: dà a Pietro ciò che ha tolto a Paolo.

Gli esiti dello stimolo di Obama sono tutt’oggi controversi. Il governo Usa dell’epoca scommetteva su un moltiplicatore di 1,57. Un economista della George Mason University, Matthew Mitchell, compulsando diversi studi indicò come valore medio del moltiplicatore 0,87. Era un valore molto alto, che coincideva con quello che l’economista Robert J. Barro (Harvard) aveva identificato come il valore del moltiplicatore durante la seconda guerra mondiale: per gli Stati Uniti un’occasione di lasciarsi finalmente la grande depressione alle spalle, perché mentre in patria si producevano armi, munizioni e mezzi di trasporto il teatro di battaglia (con la conseguente distruzione di infrastrutture e beni capitali) era altrove.

Barro stimava, e con lui altri economisti come John Taylor (Stanford), un moltiplicatore attorno allo 0,5% per lo stimolo obamiano. In generale, per Barro il moltiplicatore della spesa pubblica negli Stati Uniti in tempo di pace è stato più vicino a 0 che a 1: redistribuzione, quindi, non spinta alla crescita.

Nel 2011, un paper del Fmi degli economisti Enrique Mendoza, Carlos Vegh e Ethan Ilzetzki cercò di mettere ordine. Guardando a dati provenienti da 44 Paesi (di cui 24 in via di sviluppo), suggerivano che la spesa tendesse ad avere impatti più nel medio termine che nell’immediato, ridimensionando quindi il suo effetto anti-ciclico. Ciò valeva soprattutto per i Paesi in via di sviluppo (nei quali l’impatto immediato è negativo).

Il moltiplicatore nei Paesi ad alto reddito risultava 0,37, vale a dire che un dollaro aggiunto di spesa pubblica è associato a soli 37 centesimi di produzione aggiuntiva nel trimestre in cui viene impiegato. Il moltiplicatore «cumulativo» o di lungo periodo è più rilevante, perché le misure fiscali vengono sempre messe in atto su un certo lasso di tempo. Per i paesi ad alto reddito il moltiplicatore cumulativo era stimato a 0,80 su 20 trimestri. Detto in altri termini, 20 centesimi di produzione privata (consumo più investimenti più esportazioni nette) sono comunque «spiazzati» (crowded out) da ogni dollaro di spesa pubblica in più.

Il moltiplicatore inoltre tende ad essere più alto per le economie chiuse che per quelle aperte, per ragioni intuitive: in un’economia aperta, se si mettono quattrini nelle tasche delle persone costoro potranno comprare anche beni d’importazione.

Il dubbioTutto questo ci suggerisce che c’è poco da attendersi dalle spese dell’amministrazione Biden, in termini di crescita. La verità è che questa spesa non ha neppure un obiettivo anti-ciclico: del resto, non avrebbe granché senso, in un’economia come quella Usa, che dovrebbe tornare ai livelli pre-pandemia già a metà 2021.

L’impatto atteso è sul lato dell’offerta, nella convinzione che un aggiornamento infrastrutturale sia necessario per mettere la produzione su binari più «sostenibili»: sia da un punto di vista ecologico che dal punto di vista della distribuzione delle risorse. Se è così, il moltiplicatore «basso», comune anche al nostro Pnrr, è un falso problema perché lo scopo non è creare ricchezza in più ma cambiare il modo nel quale la società impiega le risorse a sua disposizione.

Che il governo sappia davvero utilizzarle meglio dei privati, è una legittima quanto ardita convinzione politica. Sarebbe meglio però chiarire i termini della questione, per non alimentare false speranze.

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