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La speranza di Bruxelles “Draghi premier fino al 2023”

«Quando viene eletto il nuovo presidente della Repubblica? ». Questa domanda, piuttosto semplice e formale, sta diventando una sorta di refrain. Ma non nei Palazzi della politica romana. Non è infatti un interrogativo che si pongono a Montecitorio o a Palazzo Madama. O a Palazzo Chigi.
Appena si parla di Italia, è il quesito che accompagna tutte le conversazioni nei Palazzi di Bruxelles. Quelli che contano. Il Justus Lipsius, sede del Consiglio europeo. Il Berlaymont, che ospita la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen. E quello che da un anno – a causa del Covid – accoglie stabilmente i membri del Parlamento, in attesa di riaprire l’emiciclo ufficiale di Strasburgo.
Quell’interrogativo che in un primo momento viene scandito con tono neutro, si trasforma improvvisamente in uno sguardo di allarme e preoccupazione. E questo accade non appena un interlocutore fa qualche rapido conto e risponde: «Il nuovo capo dello Stato italiano viene eletto a gennaio». «Del 2023?». «No, del 2022». Ecco, a quel punto i volti si trasfigurano. Pochi attimi e la curiosità evolve in paura. «Ma se è così- è il ragionamento che viene fatto da chi frequenta quei tre Palazzi – allora Draghi non può prendere ora il posto di Mattarella. È troppo presto. Il suo lavoro non può finire tra otto mesi».
Il punto è proprio questo. Il presidente del consiglio italiano sta ricoprendo il suo ruolo esattamente nel modo in cui tutti si aspettavano e si auguravano. A Bruxelles è diventato una «garanzia». Una sorta di cambiale in bianco concessa al Paese-Italia. Ma con una scadenza implicita: sovrapposta inscindibilmente alla permanenza a Palazzo Chigi dell’ex presidente della Bce.
Ovviamente ogni riflessione viene strettamente connessa al Recovery Plan. Ai documenti che sono stati spediti solo tre giorni fa alla Commissione europea e che non avrebbero ricevuto il via libera della tecnostruttura di Bruxelles se non ci fosse stata la “fideiussione” di Draghi. E ai prossimi passi che l’Italia dovrà compiere da qui al 2026. Una road map piuttosto impegnativa segnata ogni sei mesi da tappe intermedie che se non vengono raggiunte precludono l’emissione di nuove tranche di finanziamenti. Per di più senza alcun paracadute: ogni obiettivo fallito significa perdere in maniera irrecuperabile una quota di soldi del NextGenerationEu.
La richiesta del tutto informale (o forse può essere definita anche una aspettativa) dell’intero gruppo di comando dell’Unione europea, dunque, è tanto semplice quanto diretta: sarebbe bene che Draghi rimanesse al suo posto almeno fino al 2023. Si tratta di un periodo minimo per incardinare concretamente tutte le riforme previste dal Pnrr.
Nell’Unione si avverte una specie di consapevolezza: quando l’Italia entra nelle difficoltà più severe, riesce a tirare fuori dal cilindro una “riserva”. Sfogliando la loro particolare agenda storica, allora, tornano alla memoria personaggi come Carlo Azeglio Ciampi, Mario Monti o Enrico Letta. Interrompere dopo nemmeno un anno l’impegno di Draghi – a giudizio di chi pratica i centri del potere brussellese sarebbe nefasto per l’Italia e per l’Europa. Il Recovery, del resto, è stato approvato con un vero e proprio “strappo” nell’Ue quasi solo per il nostro Paese. Un fallimento di Roma, sarebbe il fallimento del progetto unitario.
Chi siede nei tre Palazzi del Quartiere Europeo di Bruxelles, quindi, terrebbe il premier italiano in carica anche dopo il 2023. Tra due anni, però, la legislatura ha termine e le elezioni – in quel caso – si svolgerebbero secondo il dettato costituzionale. E con il Piano di riforme nelle loro speranze – ben avviato. Senza contare che è ben chiaro a tutti il rischio di elezioni anticipate se Draghi a gennaio non fosse più il premier.
Non solo. In realtà tutti i ragionamenti sul profilo istituzionale di Draghi, un volta esauriti gli argomenti che concernono la delicata posizione italiana, esondano verso gli assetti prossimi futuri dell’Europa. A settembre, infatti, si voterà in Germania. E l’Unione perderà dal prossimo autunno Angela Merkel, ossia la leader probabilmente più autorevole avuta nell’ultima dozzina di anni. E poco dopo si apriranno le urne in Francia, nella primavera del 2022. I due punti di riferimento continentali, insomma, si disperdono o entrano in una fase di disattenzione rispetto alle esigenze dell’Ue. Inserire anche l’Italia in questa stagione di rapidi cambiamenti complicherebbe ulteriormente la fase. Senza contare che nessuno in questo momento è in grado di prevedere quale risultato potrebbero avere le elezioni anticipate al prossimo anno nel nostro Paese.
Tutti sono anche convinti che proprio in questo periodo di cambiamenti internazionali, per l’Ue è fondamentale avere la possibilità di contare su un leader che conserva nel suo bagaglio di esperienze e conoscenze anche un rapporto diretto e preferenziale con il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden.
Di certo, le aspetttative europee apriranno qualche problema in Italia. Nella attuale maggioranza di larghe intese, infatti, non tutti gradirebbero l’idea di andare avanti così per due anni. La Lega di Salvini, ad esempio, sta già mostrando qualche segno di nervosismo. Che senza dubbio si accentuerà nel prossimo autunno in occasione della gigantesca tornata elettorale comunale in cui si giocano le cinque città più importanti d’Italia: Roma, Milano, Napoli Torino e Bologna. In secondo luogo: l’attuale Parlamento italiano, frastagliato e con maggioranze politiche incerte, quale capo dello Stato può eleggere al posto di Sergio Mattarella? E Draghi accetterebbe di proseguire il suo mandato se al Quirinale non ci fosse più l’uomo che lo ha incaricato solo tre mesi fa?
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