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La Spending ko

La mannaia del Tar del Lazio si abbatte sulla «spending review» di Monti: annullato l’elenco dei prezzi di riferimento per i dispositivi medici (garze, siringhe, protesi, etc), perché il costo più contenuto non può essere stabilito in base a «categorie generali, o astratte», ma deve poter essere confrontato con la qualità e la funzionalità dei singoli materiali, nonché sul tipo di fornitura, sulle modalità di pagamento e anche sulla durata dei contratti. Un duro colpo, dunque, per le misure che sanciscono la riduzione della spesa per acquisti di beni e servizi riservati agli enti del Ssn, ovvero l’art. 1, c. 131 della legge di stabilità (228/2012), che ha modificato l’art. 15, c. 13 lett. a) della legge 135/2012. In particolare, si legge nella sentenza del 2 maggio 2013, che ha accolto il ricorso di Assobiomedica (la federazione delle imprese del settore delle tecnologie biomediche, diagnostiche, apparecchiature medicali e telemedicina), il prezzo di riferimento fissato per i dispositivi medici deve essere concretamente paragonabile «con quello oggetto del contratto», e basato «su un congruo numero di rilevazioni»; la cifra da pagare, pertanto, per prestazioni sanitarie erogate non può prescindere da una serie di profili che vanno dalla durata della gara d’appalto, dai «volumi e dal contenuto, più o meno alto, della fornitura», soprattutto sul fronte della «eventuale prestazione di servizi accessori, che, evidentemente, non può non influire sui calcoli di convenienza del concorrente». Nel pronunciamento, inoltre, si considerano «condivisibili» le critiche sull’impiego della Classificazione nazionale dei dispositivi (Cnd), partendo dal presupposto che il costo di riferimento elaborato opera «come un vero e proprio prezzo d’imperio», e sottolineando come la stessa Autorità di vigilanza sui contratti pubblici aveva, in precedenza, ammesso in un comunicato che la variabilità dei prezzi rilevati in alcuni casi era da attribuirsi a «fattori qualitativi e ulteriori specifiche tecniche»; tuttavia, se l’importo definito «cessa di costituire uno strumento operativo di controllo e razionalizzazione della spesa per le regioni», e diventa sostanzialmente un «prezzo imposto», non può essere stabilito in maniera generica o «avulsa dalle caratteristiche dei contratti». Soddisfatta Assobiomedica, il cui presidente Stefano Rimondi considera la decisione del Tar del Lazio «di grande importanza per l’intero settore». I valori di riferimento, prosegue, «avrebbero obbligato le amministrazioni ad acquistare sempre più prodotti a costi bassissimi, assolutamente insostenibili per le imprese che forniscono dispositivi di buona qualità, penalizzando l’offerta delle prestazioni della sanità pubblica». Non è mettendo a rischio la qualità che si possono abbattere «sacche di sprechi e inefficienze».

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