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La Spagna, il Banco e lo spettro-Mps

La necessità di un partner, la difficoltà nel trovarlo, il fabbisogno (stimato) di 5 miliardi di capitale, un titolo ad altissima volatilità e i bond in discesa libera. Sembra di rivedere il copione di Mps, e invece questa volta il film è in lingua spagnola: protagonista è la sesta banca iberica, il Banco Popular Espanol.
L’istituto non ha ancora finito di pagare il conto della crisi del real estate degli anni passati, visti i 37 miliardi di crediti immobiliari pesantemente svalutati che ancora zavorrano il bilancio. Dopo aver chiuso il 2016 con 3,6 miliardi di perdite, reduce da un anno con tre cambi al vertice e un titolo deprezzato del 65% (è il peggiore dell’EuroStoxx di settore), l’istituto nelle settimane scorse ha arruolato Jp Morgan e Lazard per studiare le opzioni strategiche migliori per fare fronte a un fabbisogno di capitale il cui ammontare sarà definito solo a fronte della due diligence di eventuali compratori. Anche perché le opzioni non sono infinite: la cessione di asset, una ricapitalizzazione sul mercato, l’aggregazione. La prima equivale a tagliare le gambe al gruppo, la seconda è ad alto rischio considerato che solo l’anno scorso il Banco ha chiesto e bruciato 2,5 miliardi, dunque non resta che la terza.
E qui si torna al parallelo con il Monte dei Paschi. Per anni in Italia il mercato (e al Vigilanza) ha guardato a Intesa Sanpaolo come il cavaliere bianco ideale, in Spagna si è è puntato il dito sul Santander. Che a differenza di Ca’ de Sass, però, più di un pensiero ce l’ha fatto davvero e infatti ha conferito un mandato a Citigroup di valutare un’offerta. Che difficilmente, però, arriverà: con il 10,6% di Core Tier 1, la banca della famiglia Botin è nella parte bassa della categoria di riferimento, dunque un’acquisizione del Banco Popular richiederebbe quasi certamente un nuovo aumento. Che il mercato ha già soppesato nella cifra non bassa di 6 miliardi.
E così si guarda agli altri due possibili pretendenti: Bbva, che nei mesi scorsi aveva avviato contatti informali per un’offerta amichevole mai concretizzatasi, e soprattutto Bankia. Che è pubblica, e – stima il mercato – non avrebbe difficoltà a reperire i 4 miliardi di cash necessari a rilevare il Banco, che consentirebbe di rafforzare il presidio di mercato sulle medie e piccole imprese. Non solo: l’ingresso di Bankia spianerebbe la strada al conferimento di buona parte dei crediti deteriorati nella bad bank di sistema Sareb, creata ai tempi della Troika. Ma il (doppio) intervento pubblico aprirebbe un inevitabile fronte con Bruxelles, visto che la disciplina sugli aiuti di Stato sarebbe a rischio di violazione.
La gara per le offerte vincolanti scade il 10 giugno, c’è ancora tempo per capire quale strada attende il Banco. Madrid finora ha escluso l’ipotesi di una ricapitalizzazione pubblica stile Mps, ma c’è chi non manca di notare che anche a Palazzo Chigi il Piano B si è smentito fino all’ultimo. Salvo poi trovarsi nella necessità di costruirlo e (provare ad) applicarlo.

Marco Ferrando

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