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La Spagna affossa le Borse europee

Ieri, sui mercati, sì è concretizzato il classico effetto “sasso (o meglio sassi) nello stagno”. Le conseguenze dei contrasti tra Fmi, Bce e Ue sulla Grecia (primo sasso) e i timori legati alla Spagna (secondo sasso) sono stati, infatti, amplificati da un ulteriore elemento. Quale? È presto detto: il window dressing di banche e società. Cioè le prese di profitto su asset, come i titoli governativi dei Paesi Ue periferici, che di recente hanno corso parecchio. Il tutto, ormai in chiusura di terzo trimestre, per potere presentare al mercato bilanci migliori.
In un simile scenario, le Borse del vecchio continente sono tutte scese. L’indice paneuropeo Euro Stoxx ha ceduto il 2,72%. Giù Parigi (-2,8%) e Francoforte (-2%). Peggiori gli andamenti di Milano (-3,3%) e Madrid (-3,9%). Gli spread, dal canto loro, sono balzati verso l’alto. Il differenziale Btp-Bund, nonostante il BoT a 6 mesi abbia visto il rendimento in asta calare all’1,503%, ha chiuso a 381 punti base (erano 357 due giorni fa). Il saggio del nostro decennale, inevitabilmente, è cresciuto al 5,27% (5,16%). La situazione, in maniera peraltro peggiore, è stata replicata in quel di Madrid. Qui lo spread è arrivato in tarda serata al 4,57% (415 i basis point di martedì), con il rendimento del Bonos decennale che ha di nuovo oltrepassato l’importante soglia del 6 per cento.
A ben vedere, che la giornata non sarebbe stata positiva per i mercati europei lo si era capito fin da inizio mattina. Sulla scia, per l’appunto, dei contrasti della Troika su Atene le Borse hanno subito perso terreno. La Bce e Bruxelles, come è noto, vogliono concedere più tempo alla Grecia per ripagare il debito; al contrario, il Fondo monetario non accetta più dilazioni e, indirettamente, chiede all’Ue di farsi carico degli oneri aggiuntivi che questa soluzione comporta. Una richiesta che ha ricevuto immediata risposta: «Non spetta alla Bce riempire i gap finanziari di un Paese», ha detto tetragono Jens Weidmann presidente della Bundesbank, nonché consigliere del board di Eurotower. A questa già di per sé non positiva situazione, si è poi aggiunto il flusso di notizie in arrivo dalla Spagna. In primis l’instabilità politica, con la Catalogna che ha deciso di indire un referendum sull’autodeterminazione. La mossa, a fronte delle ovvie pause tattiche del governo di Mariano Rajoy sul fronte dell’attivazione dello scudo anti-spread, giocoforza ha creato non poco stress. Così come, inevitabilmente, ha indotto molta incertezza l’attesa per l’ulteriore stretta sui conti pubblici (leggi riforma pensioni) che sarà presentata oggi. A tutto ciò, poi, si è aggiunto l’intervento della Banca di Spagna sul Pil del terzo trimestre: il prodotto interno lordo, è stata l’indicazione, è calato a un ritmo «significativo». In un simile contesto non stupisce che le banche (a Piazza Affari in ribasso del 4,8%), e altre società, abbiano fatto “profit taking”, portando a casa la plusvalenza in ottica trimestrali.
Fin qui l’Europa: ma Wall Street? I listini Usa, anche a causa del dato negativo sulle vendite di nuove case (in discesa ad agosto), hanno chiuso in ribasso: l’S&P 500 ha ceduto lo 0,6 per cento.

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