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La Spagna affossa ancora le Borse

Nuova giornata e nuovo voltafaccia sui mercati, che in queste ultime settimane sembrano muoversi in modo quasi schizofrenico alla ricerca di una direzione precisa. Ventiquattro ore dopo la seduta da primato che aveva regalato alle Borse europee la miglior prestazione giornaliera da fine novembre, l’atteggiamento degli investitori pare essere diametralmente mutato: di nuovo vendite sulle attività più rischiose e conseguente rincorsa ai tradizionali rifugi. Con qualche piccola, ma significativa eccezione però, visto che i titoli di Stato dei Paesi «periferici» non hanno ieri praticamente risentito dell’ondata di avversione al rischio.
Cominciando dai listini azionari è probabilmente interessante notare che, secondo gli operatori, il via alle vendite è stato dato dall’indicazione della Banca di Spagna sulle sofferenze degli istituti di credito iberici. Il fatto che il tasso dei prestiti inesigibili sia cresciuto a febbraio all’8,16%, cioè ai massimi dal 1994, ha affossato fin dall’apertura le azioni del settore bancario di Madrid, che al termine della giornata sarà poi la piazza peggiore del Continente con un passivo che sfiorerà il 4 per cento.
L’effetto non ha tardato a farsi sentire altrove, in particolare a Piazza Affari (-2,4% il Ftse Mib), dove i titoli finanziari hanno subito più o meno lo stesso trattamento: Intesa Sanpaolo ha accusato un calo del 5,2% e UniCredit ha replicato con un -4,9 per cento. Anche perché nel pomeriggio l’Abi ha rivelato come l’ammontare complessivo delle sofferenze lorde registrate dagli istituti di credito italiani sia salito a febbraio fino a 107,6 miliardi. Il tono negativo si è esteso al resto d’Europa (-1% Francoforte, -1,6% Parigi) e pure Wall Street, rimbalzata con vigore il giorno precedente, ha finito per cedere lo 0,41% (-0,37% Nasdaq). Qui occorre però aprire una breve parentesi sui bilanci trimestrali che le aziende Usa stanno pubblicando a raffica: finora, secondo Reuters, il 79% delle 56 aziende dell’S&P 500 che hanno diffuso i dati hanno superato le attese degli analisti. Ieri però gli operatori hanno accolto con disappunto le cifre di Ibm e Intel, che difatti hanno finito per perdere in Borsa rispettivamente il 3,5% e l’1,6 per cento.
La sorpresa di giornata, se così si può dire, è rappresentata invece dalla sostanziale tenuta dei titoli di Stato italiani e spagnoli: i rendimenti dei decennali dei due Paesi si sono attestati al 5,48% e al 5,83%, rimanendo a distanza di 376 e 410 punti base dal corrispondente Bund. Un risultato degno di rilievo, tanto più che lo stesso tasso del titolo di Stato tedesco (1,72%) resta molto vicino ai minimi storici e che l’esito dell’asta degli Schatz (i bond di Berlino a 2 anni, di cui si parla nell’articolo a fianco) ha confermato l’appetito degli investitori per le attività meno rischiose.
Il fatto che i Credit default swap (Cds, gli strumenti che funzionano come assicurazione contro l’insolvenza di un emittente) continuino a segnalare invece tensioni su Spagna, Italia e per la verità anche sulla Francia, sotto stretta osservazione in vista delle elezioni di fine settimana, autorizzerebbe a pensare che ci possa di nuovo essere una sorta di «mano amica» in grado di sostenere i periferici. Ma gli operatori, come del resto avviene ormai da 5 settimane, non segnalano acquisti da parte della Banca centrale europea. All’interno della quale, anzi, l’opposizione tedesca a interventi diretti sul mercato secondario è sempre più ferma, come dimostrano le parole pronunciate ieri da Jens Weidmann: «Non è nostro compito – ha detto il presidente della Bundesbank e membro del Consiglio Bce con riferimento alla Spagna – fornire aiuto finanziario per consentire un allungamento nel tempo del necessario processo di consolidamento fiscale».
Per testare la resistenza dei BTp italiani, e soprattutto dei Bonos spagnoli, occorrerà dunque attendere gli appuntamenti di oggi e domani: il calendario proporrà prima un’insidiosa asta di titoli di Stato di Madrid a 2 e 10 anni (3,5 miliardi) e poi il meeting del G20 a Washington dove si dovrebbe decidere l’allargamento della dotazione di fondi all’Fmi.

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