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La solidarietà è estesa agli studi

di Daniele Cirioli

La crisi economica sta minando l'attività dello studio? Per evitare licenziamenti, risparmiare un po' di soldi e ottenere un sostegno economico, il professionista può ricorrere a una riduzione dell'orario di lavoro dei dipendenti. In cambio, ne otterrà il diritto a un contributo economico pari al 25% del monte retributivo ridotto (un altro 25% va ai lavoratori) per la durata massima di due anni, accanto alla salvaguardia dei posti di lavoro dei collaboratori (e delle professionalità) presenti in studio. La possibilità, tecnicamente, è realizzabile mediante un «contratto di solidarietà». Un istituto normativo che, finora, è stato a esclusivo appannaggio delle imprese, ma che ora il ministero del lavoro (con interpello n. 33/2011) ha esteso agli studi professionali, sfruttando la nozione più ampia di «datore di lavoro» fornita dalla corte di giustizia europea.

 

I contratti di solidarietà. Sono particolari accordi basati sulla «solidarietà» tra imprese e sindacati alla scopo di salvaguardare i livelli occupazionali, quando in azienda si presentano ipotesi di esubero di personale (solidarietà difensiva) o al fine di dare impulso a nuove assunzioni (solidarietà espansiva). Con questi accordi, in altre parole, è autorizzata una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro, per tutti i lavoratori, onde scongiurare licenziamenti oppure per effettuare nuove assunzioni. Il contratto di solidarietà ritenuto applicabile agli studi professionali dal ministero del lavoro è il primo, quello difensivo (ci si riferisce quindi a questa disciplina nel prosieguo).

 

Orario di lavoro ridotto. La riduzione dell'orario, fissata dettagliatamente nell'accordo di solidarietà interessa praticamente tutti i lavoratori titolari di un rapporto di lavoro subordinato (cioè i dipendenti), con unica eccezione di quelli aventi qualifiche dirigenziali (quindi anche apprendisti, contratti a termine, d'inserimento e contratti a part-time). La riduzione dell'orario di lavoro può avvenire in via orizzontale o verticale, ovvero su base giornaliera, settimanale o mensile.

 

La durata. L'utilizzo dei contratti di solidarietà difensivi è consentito per il periodo massimo di due anni (cioè 24 mesi). Il ministero del lavoro (circolare n. 20/2004) ritiene che tale periodo costituisce un limite massimo, senza possibilità di proroga in mancanza di una soluzione di continuità. Per la sua determinazione, si deve far riferimento, per analogia, ai criteri in tema di durata complessiva della cig (articolo 1, comma 9, della legge n. 223/1991), corrispondente a 36 mesi nell'arco di un quinquennio, a patto che, qualora si sia verificato un primo utilizzo continuativo del contratto di solidarietà per 24 mesi, via soluzione di continuità con l'eventuale utilizzo di altri 12 mesi.

 

I benefici. I contratti di solidarietà danno diritto a beneficiare di contributi. L'impresa che fa ne ricorso, prima di tutto, si assicura un intervento della cassa integrazione, nonché incentivi per sé e per i lavoratori coinvolti nella riduzione dell'orario di lavoro. Nel dettaglio, se l'impresa rientra nel campo della cig gode, per tutta la durata del contratto di solidarietà difensiva, di una riduzione della contribuzione la cui misura varia in funzione del territorio e della consistenza della riduzione dell'orario di lavoro (e varia dal 25 al 40%). L'impresa che invece non rientra nel campo della cig ha diritto a un contributo da spartirsi con i lavoratori pari alla metà del monte retributivo non dovuto a seguito della riduzione dell'orario di lavoro, corrisposto in rate trimestrali per un periodo massimo di due anni. In pratica, dunque, quel 50% del monte retributivo (è questo il contributo) va diviso in parti uguali tra impresa, ciascuno per un 25% (è questo l'incentivo che spetta agli studi professionali).

 

Imprese e lavoratori interessati. In origine i contratti di solidarietà difensivi si applicavano esclusivamente alle imprese rientranti nel regime di cassa integrazione guadagni straordinaria (cigs); successivamente, (legge n. 236/1993) sono stati estesi alle imprese escluse dal campo cigs (contratti di tipo «B»). In questo secondo caso, possono essere stipulati da imprese (non destinatarie di cig) che hanno avviato procedure di mobilità (in base all'articolo 24 della legge n. 223/1991), nonché (legge n. 236/1993, articolo 5 comma 7), le imprese alberghiere e quelle termali, pubbliche e private; e le imprese artigiane (articolo 5, comma 8) non rientranti nel campo di applicazione delle integrazioni salariali.

Con l'interpello n. 33/2011, in sostanza, il ministero del lavoro ha annoverato gli studi professionali tra i soggetti destinatari dei contratti di solidarietà di tipo «B». La precisazione è stata sollecitata dai Consulenti del lavoro. Da una prima lettura della norma di riferimento (che è, come detto, quella della legge n. 236/1993), si legge nell'interpello, emerge che i datori di lavoro qualificati come studi professionali non sembrano poter rientrare nella platea dei soggetti destinatari di tali contratti di solidarietà (tipo «B»). Tuttavia, ha aggiunto il ministero, in materia può essere richiamata (e quindi applicata) l'interpretazione fornita dalla corte di giustizia Ue il 16 ottobre 2003 (causa C/32/02) con riferimento alla direttiva 98/59/Ce, in ordine al diverso significato che la qualifica di «imprenditore» riveste nel nostro ordinamento, rispetto alla più ampia nozione comunitaria di «datore di lavoro». Infatti, la corte Ue ha ravvisato la necessità di «incentrarsi su una nozione intesa in senso ampio di datore di lavoro (?), di superare lo stretto perimetro della nozione di imprenditore», e di «intendere con quest'ultima qualunque soggetto che svolge attività economica e che sia attivo su un determinato mercato». In conclusione, in linea con quanto già espresso dal ministero nell'interpello n. 10/2011 (si veda box in pagina) a proposito dell'iscrizione nelle liste di mobilità dei lavoratori licenziati dagli stessi studi professionali, il ministero ritiene che gli studi professionali rientrano nel campo di applicazione dei contratti di solidarietà di tipo «B».

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