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La «sharing» italiana vale 3,5 miliardi

L’impatto nel 2015 dell’economia collaborativa calcolato da uno studio dell’Università di Pavia
Un giro d’affari che nel 2015 è stato pari a 3,5 miliardi di euro, ma che tra dieci anni potrebbe valerne 14 e nella migliore delle ipotesi superare i 25 miliardi.
Il primo studio sull’impatto complessivo e sulle prospettive di sviluppo della sharing economy nel contesto italiano viene dall’Università di Pavia. E prefigura tre diversi scenari di crescita delle transazioni collaborative e del loro peso sul Pil, di qui al 2020 e al 2025. Scenari legati al numero degli utenti attivi nella rete degli scambi e al valore della spesa dedicata, oltre che al tasso di aumento del Prodotto interno lordo.
«Siamo partiti prendendo in esame le fasce di maggiorenni che secondo il rapporto Istat sono i cosiddetti utenti “forti” di internet, cioè 6,4 milioni di cittadini che la frequentano più di una volta a settimana, e una spesa in sharing economy calcolata all’1% di quella complessiva degli italiani» – spiega il professor Luciano Canova, che ha curato l’analisi con la collega Stefania Migliavacca -. Nel 2015 risulta, dunque, un valore dell’economia collaborativa pari a 3,5 miliardi di euro».
I tre scenari
Secondo lo scenario di base, considerando un incremento medio del Pil pari all’1%, nel 2020 l’economia collaborativa – con 9,7 milioni di utenti – raggiungerà gli 8,8 miliardi (0,5% del Pil) e nel 2025 – con 12 milioni di utenti – arriverà a valere 14,1 miliardi (0,7% del Pil). Diversa prospettiva, invece, se la popolazione degli utenti della sharing economy crescesse fino a 11,3 milioni nel 2020 e a 16,5 milioni nel 2025. In altri termini, nel caso in cui si consolidino le abitudini di consumo degli italiani e l’economia collaborativa sfondi non solo tra gli utenti “forti” della fascia 18-34 anni, ma anche tra quelli della fascia adulta (35-54 anni) e over 55. È lo scenario che i due economisti dell’Università di Pavia chiamano di “sharing boost”: il valore aggiunto per l’economia sarebbe di 10,2 miliardi nel 2020 (+16% rispetto allo scenario base) e di 19,4 miliardi nel 2025 (+37%).
Una terza proiezione, più ottimista, ipotizza invece sia l’incremento della percentuale di utenti della sharing economy, sia un allargamento della popolazione di internauti “forti” in assoluto, all’interno di tutte le fasce d’età considerate. Il risultato è la “digital disruption”: un’impennata dell’economia collaborativa che, con 11,6 milioni di utenti, nel 2015 giunge a muovere 10,5 miliardi di euro (0,6% del Pil) e nel 2025, con 21,4 milioni di utenti, sale a 25,1 miliardi (1,3% del Pil).
Il perimetro della sharing
Dai trasporti alla ristorazione, dai servizi immobiliari a quelli professionali, fino alle attività finanziarie e assicurative, la sharing economy si è ramificata e sfugge spesso a puntuali misurazioni. «Mancano modelli di valutazione di impatto economico – osserva Canova – e il nostro è il primo tentativo di stimare il peso dei settori coinvolti in Italia, sfruttando la metodologia della dinamica dei sistemi, utile a presentare scenari e prospettive». Quanto alla definizione e al perimetro dell’economia collaborativa, la ricerca segue l’approccio proposto dalla Commissione europea nel rapporto del 2 giugno scorso, secondo cui la sharing economy riguarda propriamente l’uso di tecnologie digitali per l’applicazione di modelli di business basati sul noleggio di beni e servizi, allo scopo di ridurne l’uso inefficiente o il sotto-utilizzo. Escludendo, dunque, il mercato dell’usato e gli scambi non contabilizzati.
Piattaforme e regole
D’altra parte, le transazioni dell’economia collaborativa non sono di per sé nuove, ma hanno trovato impulso con lo sviluppo delle piattaforme digitali. A tal proposito, il miglior scenario (“digital disruptive”) ipotizzato nell’analisi dell’Università di Pavia presuppone, per esempio, che l’allargamento della platea di internauti, in tutte le fasce d’età, sia anche il frutto degli investimenti sulle infrastrutture digitali. Senza dimenticare che i governi hanno il potere di favorire o frenare lo sviluppo anche attraverso la regolamentazione (si veda l’articolo a fianco). Come ha spiegato la Commissione, le cui stime 2015 a livello Ue (28 miliardi) sono in linea con quelle elaborate in quest’analisi, le piattaforme non dovrebbero essere obbligate a chiedere autorizzazioni o licenze «quando si limitano a essere intermediari tra i consumatori e chi offre il servizio».
«Il nostro studio – conclude Canova – ipotizza anche uno scenario “bolla”, dove dopo un picco di 14 miliardi nel 2019, si torna a 4 miliardi di euro nel 2025. Ma perché ciò avvenga ci dovrebbe essere un forte irrigidimento istituzionale, visto che l’irrompere della sharing ha ormai mutato a fondo i rapporti tra economia e società».

Dario Aquaro

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