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«La sfiducia? Chiedete ai mercati»

Non pronuncia il suo nome, non prende in considerazione la minaccia di far cadere il suo Governo, usa l’ironia parlando dell’aumento di ieri dello spread «per ragioni che mi sfuggono». Mario Monti sceglie la freddezza e resta impassibile alla domanda se sia preoccupato delle parole di Silvio Berlusconi che vuole togliere la fiducia all’Esecutivo, dichiarazioni che hanno riempito le pagine dei giornali italiani ed esteri. «Minaccia? Non può essere fatta perché non la vivremmo come tale. Se qualcuno decidesse di togliere la fiducia, non toglierebbe nulla a noi se non un’attività di governo che non è stata da noi richiesta». Dunque, il premier fa scendere il gelo tra lui e il Cavaliere scegliendo la strategia di non prendere sul serio quelle parole e di tirare dritto, come se niente fosse accaduto o debba accadere. «Ci è stato richiesto di dare un contributo in un momento difficile, chi volesse ritirarci la fiducia, magari con ottimo fondamento, non tocca a noi giudicare. Noi ci impegniamo al meglio, crediamo con buoni risultati e lavoriamo con l’orizzonte dell’aprile 2013». Il contesto era quello della conferenza stampa insieme al premier spagnolo Mariano Rajoy in occasione del vertice bilaterale tra i due Paesi ma poi, più tardi, nel convegno organizzato da Enrico Letta con Arel e Cidob, rincara la dose: «L’Italia è tra i fondatori dell’Europa, anche se qualche italiano lo dimentica».
Chi però era in volo con lui – ieri – da Roma a Madrid racconta di un premier che in realtà è preoccupato per le possibili fibrillazioni finanziarie. Preoccupazioni raccolte da Enrico Letta e dall’ex ministro Frattini che ha rassicurato il premier: «Anche se Berlusconi dovesse strappare, Monti potrebbe comunque contare su un’ampia maggioranza» facendo intendere che ormai solo una minoranza di fedelissimi sta con il Cavaliere. La preoccupazione per lo spread, però, resta anche se il premier si serve dell’ironia quando dice che è risalito per «ragioni che mi sfuggono» e quando gli si chiede se la ragione sia proprio Berlusconi sfodera una delle sue battute «non ci avevo pensato, ora ci rifletterò» chiamando la sala italo/spagnola a risatine generali. Anche sulle conseguenze di una caduta anticipata del suo Governo, passa il cerino ai partiti: «È una domanda da fare alle forze politiche, ai mercati, non voglio neanche speculare su questo».
Ieri però Monti, accanto a Rajoy, ha anche preso le distanze da Mario Draghi e dalla sua apertura sul supercommissario Ue. Usa la cautela nella premessa ma la chiarezza nella sostanza: così ribadisce che con «Draghi condivido molte opinioni non solo il nome» ma derubrica la figura del supercommissario che «è un po’ un mito». Insomma, ne vede più i difetti che i benefici perché abbiamo già «Maastricht, il patto di stabilità, il six pact, il fiscal compact, il two pact, aggiungere un’ulteriore cintura di sicurezza indurrebbe i mercati – che sono un po’ sempliciotti – a pensare che nessuno di questi funzioni». L’effetto finale, quindi, sarebbe negativo perché «chiedere nuove prove di virtù fiscale non suona bene in termini di fiducia tra Paesi».
In Spagna non si poteva non parlare del possibile aiuto al fondo anti-spread, una procedura che lega anche l’Italia perché la richiesta di un Paese avrebbe conseguenze anche sull’altro. Ma qui Monti è netto: «Ci siamo battuti perché lo scudo fosse negli arsenali europei, chiedevamo uno strumento a vantaggio di tutti ma non come scorciatoia per i problemi dell’Italia che non riteniamo debba attivarlo oggi». Basta averlo creato, dice, e aver vinto una battaglia anche se «deve essere attivabile e non solo teorico». In definitiva si conferma l’asse con la Spagna nei prossimi passaggi decisivi sull’unione bancaria e fiscale a prezzo di qualche presa di distanza da Mario Draghi e da Berlino.

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