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La sfida di Gualtieri Manovra da 25 miliardi senza deficit aggiuntivo

ROMA — Una manovra da 20-25 miliardi senza (altro) deficit. Dopo averne fatto in abbondanza – per 100 miliardi in totale, dal Cura Italia di marzo al decreto Agosto passando per il Rilancio di maggio, i tre provvedimenti d’emergenza Covid – l’Italia si appresta a varare una legge di Bilancio – ex Finanziaria – a perimetro invariato, con i soldi che ci sono (sempre che non arrivi la seconda ondata del virus). Giocando la partita – per usare una metafora sportiva – con la squadra che si ha, rinunciando agli azzardi del calcio mercato, magari scommettendo su qualche riserva in panchina. La spinta per gli investimenti sarà forte ma arriverà dal 2021, grazie ai 209 miliardi europei del Recovery Fund.
L’appuntamento è per metà ottobre. Prima, a fine settembre, capiremo meglio il nuovo scenario, con la Nadef (la Nota di aggiornamento al Def, il Documento di economia e finanza) che contiene gli indicatori macroeconomici per il 2021. Il governo ha in testa una legge di bilancio asciutta, coprendola con risparmi di spesa, riordino di bonus e mancette. Non sarà facile. Le cose da fare non mancano.
Avremo intanto la prima manovra degli ultimi dieci anni finalmente priva di clausola di salvaguardia Iva, la mannaia di ogni autunno: inventata dal governo Berlusconi nel 2010 e sterilizzata dal Conte bis nell’emergenza Covid. Diremo così addio – si spera per sempre – alla minaccia di alzare l’imposta sugli acquisti se i conti non tornano. Per il resto, vediamo cosa c’è nel menù per il 2021.
Gonfiare ancora il debito, già al record di 2.500 miliardi e verso il tetto stratosferico del 160% sul Pil, e il deficit, esploso al 12%, è improponibile. Ecco dunque pronte le forbici dei tecnici. La riforma fiscale, innanzitutto: cuore della manovra. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha già detto che sarà «autofinanziata»: si fa con i soldi disponibili. Dieci miliardi si possono recuperare limando – senza fare troppo male – le 533 tax expenditures da 62,5 miliardi censite dalla Commissione presieduta da Mauro Marè. Lì ci sono esenzioni, deduzioni, detrazioni, riduzioni, rimborsi e differimenti di imposta. Sconti fiscali stratificati negli anni per blandire di volta in volta imprese, consumatori, lobby. Bonus regressivi che spesso premiano chi più ha e più spende. Qui non si parla certo di detrazioni per lavoro dipendente o coniuge a carico o di prima casa.
Con 10 miliardi più che riforma Irpef si può giusto aggiungere un’altra aliquota intermedia tra il 27% e il 38% – per esempio al 33% addolcendo il salto brusco che penalizza il ceto medio. Poi ci sono i 100 euro – ex bonus Renzi da 80 euro – arrivati a luglio in busta paga da rifinanziare: 6 miliardi. E l’assegno universale per tutti i figli dal settimo mese di gravidanza ai 21 anni in partenza da gennaio: costa 22-23 miliardi, di cui 15,5 riordinando 8 misure esistenti, dall’assegno famigliare al bonus mamma, ne mancano però ancora 6-7. E poi: i vecchi ecobonus per la casa da confermare (quelli al 65% e 50%, per gli infissi e la caldaia), altrimenti si ricade nelle aliquote basse di un tempo. Le spese indifferibili, come le missioni militari all’estero: 2-3 miliardi. E ancora: il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici, il fondo ordinario della sanità, l’aumento della quattordicesima per i pensionati (la chiederanno i sindacati).
Senza fare deficit, bisognerà lavorare di cesello e pazienza: tagliare la spesa improduttiva o i bonus comporta svantaggi non sempre compensati.

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