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La sfida del quotidiano in classe «Così si forma lo spirito critico»

MILANO — «C’è una sfida che a tutti noi sta veramente a cuore: contribuire a fare dei giovani di oggi i lettori critici di domani, per renderli cittadini più liberi». Andrea Ceccherini, 38 anni, presidente dell’Osservatorio permanente giovani-editori, da poco rieletto all’unanimità per un mandato di sei anni, non ha dubbi: «Se c’è una cosa che si deve fare, oggi in questo Paese, è lavorare per elevare nei più giovani spirito critico e senso civico». È quello che cerca di fare «Il Quotidiano in classe», ora alla tredicesima edizione: quest’anno sono più di 2 milioni gli studenti iscritti, 44 mila i docenti coinvolti, 16 i giornali che aderiscono e 30 le fondazioni di origine bancaria a sostegno. Un’iniziativa leader che molti altri Stati, Brasile in testa, chiedono di esportare.
Perché portare i giornali nelle scuole?
«Perché con “Il Quotidiano in classe”, sia nella versione cartacea che digitale, non solo cerchiamo di educare una generazione a leggere per abituarla a farlo. Ma soprattutto perché pensiamo che educare i ragazzi a leggere equivalga ad allenarli a pensare. E pensare fa bene, mi creda».
Insieme a voi ci sono anche tanti docenti.
«È vero. Questa visione la condividiamo con 44 mila insegnanti italiani che, prima di avviare questa esperienza, partecipano gratuitamente ai corsi di formazione promossi da un qualificato pool di università italiane, per metterli nella condizione di gestire con la stessa professionalità delle altre materie scolastiche anche l’ora con il quotidiano in classe, avvalendosi di modelli didattici scientifici ben testati. È soltanto dopo aver partecipato a questi corsi che l’insegnante può iniziare con questa inedita lezione di educazione alla criticità e alla cittadinanza».
I ragazzi leggono più di una testata giornalistica. Perché?
«Crediamo che portare, ogni settimana, tre diversi quotidiani, sia un modo per dimostrare ai giovani come la stessa notizia si possa dare diversamente. E quanto sia importante di conseguenza capire che l’informazione non è verità infusa, ma una sua rappresentazione. Nella migliore delle ipotesi, resa in buona fede. Sia chiaro: non vogliamo insegnare a diffidare dei mezzi di informazione, ma ad affidarsi alla propria testa, che è l’ultima assicurazione che gli resta, se vorranno essere liberi, indipendenti e padroni di sé stessi».
Quali sono le ambizioni del «Quotidiano in classe»?
«Vede, il nostro progetto avrà avuto un senso solo se avrà saputo porre nella mente dei ragazzi il seme del dubbio: loro non devono cercare un’informazione che venda certezze, ma che, al contrario, alimenti dubbi. Il dubbio è un seme da coltivare, non una mina da evitare. Ma il nostro progetto rincorre anche un’altra ambizione…».
Sarebbe?
«Quella di accendere la curiosità dei ragazzi sui fatti che accadono nel mondo, di alimentare la loro sete di sapere, insegnandogli soprattutto l’importanza di non restare in superficie rispetto agli avvenimenti che accadono intorno a loro, ma di andare in profondità, spiegando loro che, anche nella vita, chi andrà più a fondo rispetto ai fatti, sarà destinato ad andare più lontano».
Lei prima parlava di «inedita lezione di educazione civica». In che senso?
«Quello che vogliamo fare è appassionare i giovani alla vita civile del Paese, allenandoli a parteciparvi con uno sguardo critico verso i fatti. Solo così potranno guardare il mondo con i loro occhi e analizzarlo con la loro testa, per arrivare a maturare un’opinione libera e indipendente sui grandi avvenimenti che accadono intorno a loro, e per essere così cittadini meno conformisti e più protagonisti di una democrazia compiuta».

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