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La sfida del premier all’Europa sul deficit

La manovra non cambia, e la sfida con l’Europa è ormai aperta. Dopo due giorni di telefonate fittissime con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, a diretto contatto con la Commissione Ue e i ministri dell’Eurogruppo in Lussemburgo, il premier Matteo Renzi ha preso la decisione. La correzione del deficit, nel 2015, si fermerà a quanto previsto nell’aggiornamento del Def, lo 0,1% del Pil, un miliardo e mezzo di euro, molto meno di quanto atteso dalla Ue. E lo ha comunicato direttamente a Jean-Claude Juncker, che dal 1° novembre assumerà la guida della Commissione, nel corso di una lunga e non proprio distesa telefonata. 
Nella manovra da 30 miliardi che sarà approvata oggi c’è sicuramente lo spazio per recuperarne 4 e soddisfare le richieste Ue. Ma Renzi punta ad aprire un «Caso Italia», e avviare una discussione concreta nella Ue sulla disciplina e la flessibilità delle regole di bilancio. E, come aggiunge Padoan, sulla «revisione» degli strumenti di analisi della Commissione, che «secondo un’opinione largamente condivisa tra i policy makers e le istituzioni finanziarie internazionali devono essere adattati allo scenario dopo la crisi». Si contestano, dunque, non solo la coerenza politica, ma anche i numeri.
Fonti della Commissione hanno fatto sapere che la legge di Stabilità italiana, così stando le cose, va verso una quasi certa bocciatura. Anche se il commissario finlandese Jyrki Katainen con un tweet in italiano ieri sera ha smorzato i toni: «Aspettiamo il bilancio, prima di sbilanciarci». A prescindere da quale Commissione prenderà l’eventuale decisione, la vecchia o la nuova di Juncker, al governo, tuttavia, sembra interessare poco. «Applichiamo la politica concordata nella Ue per il rilancio della crescita e rispettiamo il 3% di deficit. Continuiamo ad avere l’obiettivo del pareggio di bilancio, solo che con una crescita molto inferiore alle previsioni, ci arriveremo più lentamente. Ma in compenso acceleriamo le riforme strutturali», spiega Padoan. «Appena approvata, trasmetteremo la legge di bilancio alla Commissione, poi avvieremo con loro un dialogo aperto».
«Open dialogue» dice Padoan in conferenza stampa. Il governo vuole un dibattito alla luce del sole. Che magari spieghi anche le ragioni di quel compromesso al ribasso che galleggia sottobanco nella «non-trattativa» tra l’Italia e la Ue, in base al quale, invece del canonico 0,5% di riduzione strutturale del deficit pubblico, che poi per noi sarebbe lo 0,7% nel 2015, ci si accontenterebbe di un modesto 0,25%. Di quei quattro miliardi, appunto, che il governo oggi non vuol sacrificare sull’altare del rigore, anche se ci sarebbero. Quello 0,25% verrebbe fuori da una riconsiderazione delle condizioni economiche della zona euro, dopo la crisi, effettuata dalla Commissione anche nell’ottica di una prevista revisione biennale degli strumenti di vigilanza, proprio quello che chiede l’Italia, ma quello studio non è mai stato ufficializzato, o reso noto.
Con la risoluzione approvata dalla maggioranza alla Camera e al Senato ieri sera (a Palazzo Madama è passata per un soffio, 161 voti, con quello decisivo dell’ex M5S Luis Orellana) che lo spinge ad andare avanti, e con il parere dell’Ufficio parlamentare di bilancio, organismo indipendente voluto dalla Ue, che assevera l’esistenza di circostanze eccezionali per giustificare un rallentamento del risanamento, il governo, dopo aver scoperto le sue carte, invita la Commissione a fare altrettanto. Confidando di essere nel giusto e di avere margini sufficienti nel bilancio per poter arrivare a un compromesso, se la partita dovesse prendere una brutta piega. E sperando, soprattutto, nel sostegno dei mercati, che darebbe maggior forza alla sua posizione. E già il giudizio di Moody’s ieri sera viene interpretato da Palazzo Chigi e dal Tesoro come un evidente segnale positivo.
Mario Sensini
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