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La sfida del «Financial Times» per fare a meno di Apple

di Massimo Sideri

MILANO— Il nuovo Re taumaturgo della stampa potrebbe chiamarsi Html 5. Si tratta di un’evoluzione del linguaggio Html usato fin dalle origini per strutturare contenuti sul web (in parole poverissime i siti Internet). Ma ora, dietro questa nuova sigla sconosciuta ai più sembra nascondersi il segreto per bypassare i vari store della Apple e di Google, che in termini di rapporti commerciali significa risparmiare il 30%del prezzo dell’abbonamento. Il quotidiano inglese Financial Times ha annunciato ieri la prima applicazione per leggere il giornale su tablet e smartphone direttamente dal web. È il giornale digitale 2.0. Si parte con iPad e iPhone di ultima generazione ma l’obiettivo è allargarsi a macchia d’olio. Qual è la novità? L’Html 5 permette in sostanza di creare una sorta di ibrido, un sito online che si comporta come una apps arricchita con contenuti multimediali e podcast e che, per intendersi, si può «sfogliare» come il Corriere della Sera sull’iPad. Dietro le apps c’è una lotta milionaria relativa a quello che è stato battezzato «il dazio della mela» : l’Ft è uno dei giornali di riferimento insieme al Wall Street Journal per quanto riguarda le sperimentazioni e i modelli per far pagare i contenuti contro la forza distruttrice del tutto gratis del web — la pubblicità online, per quanto in forte crescita, non permette un modello di business sostenibile e nemmeno consigliabile, in quanto crea una dipendenza eccessiva della stampa da questo tipo di investimenti da parte delle aziende. Facendo due conti il giornale inglese ha 224 mila abbonamenti. Se fossero tutti contratti premium staremmo parlando di oltre 87 milioni all’anno. A puro titolo esemplificativo se si trattasse di abbonamenti fatti tutti sull’App Store, secondo il modello imposto da Steve Jobs, il gruppo della mela morsicata incasserebbe come distributore digitale del giornale oltre 26 milioni. Si tratta di numeri capaci di ipotecare in parte lo sforzo compiuto per migrare dal cartaceo verso il digitale. Se è vero infatti che i giornali sui tablet permettono di risparmiare costi di stampa, distribuzione e materie prime, il dazio del 30%sommato alla maggiore Iva (per libri e giornali digitali è del 20%in Europa contro il 4 della carta) ingloba molto del risparmio della dematerializzazione. Tanto che secondo alcune stime la differenza di costo tra una versione per iPad e una cartacea sarebbe ridotta al 10-15%. Con la nuova forma di applicazione (non bisogna scaricare nulla sul tablet ma basta andare per la prima volta su app. ft. com per poi aprire il giornale direttamente da un’icona del tutto simile a quelle tradizionali delle apps) la stampa e gli editori sembrano imparare dagli errori o dalle sfortune della prima industry che ha subito lo tsunami della digitalizzazione, quella musicale. L’applicazione non-applicazione dell’Ft che il Corriere ha provato ieri si presenta stabile e veloce, a patto di avere una buona connessione Wi-fi per scaricarla. Il primo vantaggio che risalta agli occhi è che il nuovo giornale è stato pensato da subito per i tablet e gli smartphone e non è dunque una replica del menabò cartaceo. La navigazione sembra però ottimizzata più per i piccoli schermi touch degli smartphone che per i tablet. Al netto dei contenuti multimediali, gli articoli e le sezioni si appoggiano alla memoria cache del device (servono almeno 50 mega) per permettere la lettura anche off-line. La Apple non starà a guardare: proprio in questi giorni ha presentato Newsstand, la bacheca per organizzare giornali e magazine. Ma la sfida principale resta comunque quella di convincere i lettori a replicare, anche per i quotidiani digitali, quel gesto senza il quale il giornalismo di qualità non può sopravvivere: il pagamento.

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