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La Severino vuol dire fiducia

Di fronte a una «grave situazione di illegalità nella pubblica amministrazione non è irragionevole ritenere che una condanna (non definitiva) per determinati delitti (per quanto qui interessa, contro la pubblica amministrazione) susciti l’esigenza cautelare di sospendere temporaneamente il condannato dalla carica».

Lo scrive la Corte costituzionale, nella sentenza n. 236 di ieri, spiegando perché il 20 ottobre scorso ha dichiarato non fondata la questione di legittimità sollevata dal Tar della Campania sulla legge Severino. I giudici della Consulta rilevano che la sospensione dall’incarico serve per «evitare un ”inquinamento” dell’amministrazione e per garantire la credibilità dell’amministrazione presso il pubblico, cioè il rapporto di fiducia dei cittadini verso l’istituzione, che può rischiare di essere incrinato dall”’ombra” gravante su di essa a causa dell’accusa da cui è colpita una persona attraverso la quale l’istituzione stessa opera». Tali esigenze, spiega la Corte riferendosi anche all’applicazione retroattiva della norma, «sarebbero vanificate se l’applicazione delle norme in questione dovesse essere riferita soltanto ai mandati successivi alla loro entrata in vigore». E ancora: «Se è vero che la condanna non definitiva non autorizza, in virtù dell’articolo 27, secondo comma, della Costituzione a presumere accertata l’esistenza di ”una situazione di indegnità morale”», osserva la Consulta, «è anche vero che la permanenza in carica di chi sia stato condannato anche in via non definitiva per determinati reati che offendono la pubblica amministrazione può comunque incidere sugli interessi costituzionali protetti dall’articolo 97, secondo comma, della Costituzione, che affida al legislatore il compito di organizzare i pubblici uffici in modo che siano garantiti il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione e dall’articolo 54, secondo comma, che impone ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche ‘il dovere di adempierle con disciplina ed onore”».
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