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La scure del governo sui piccoli aeroporti

Correva il 1987 quando per la prima volta la politica decideva di mettere mano alla giungla degli aeroporti italiani, tagliando quelli con meno passeggeri e rafforzando i gate più gettonati. Ventisei anni dopo, l’ultimo tentativo di mettere fine ad un fenomeno tutto italiano lo fa il ministro dello Sviluppo.
Corrado Passera ha presentato la versione definitiva del Piano aeroporti, un dossier ballerino che a fasi alterne era emerso, con scarso successo, dai polverosi armadi dei governi precedenti. Ora Passera ha messo un punto fermo sul nome dei 31 aeroporti definiti “strategici”, sui 112 esistenti in Italia (pari a quasi uno per Provincia, un record europeo). Dei 112 scali, 90 sono aperti al traffico civile, 11 sono militari aperti anch’esso al traffico civile, altri 11 solo militari.
In prospettiva la battaglia che attende il prossimo governo su questo versante sarà durissima: difficilmente le Regioni, che avranno in “dote” le licenze degli scali esclusi dal provvedimento, rinunceranno ad un potenziale bacino di passeggeri. Negli anni è stata proprio la presenza ingombrante degli enti locali a trasformare la riforma in una corsa a ostacoli. Dal 1987 in poi, la riduzione delle aerostazioni ha fatto i conti con il fuoco di sbarramento dei politici locali che – in modo trasversale per poter raggranellare voti preziosi nella propria circoscrizione elettorale imponevano al vecchio monopo-lista (Alitalia-Lai) quali piste servire, ad orari cuciti su misura.
Dopo 26 anni di costi lievitati sulle spalle della collettività (siamo vicini ai 2 miliardi di perdite annue per il settore) il Piano taglia di due terzi il numero di scali che potranno continuare a funzionare come prima. La sforbiciata sacrifica Viterbo e Grazzanise e ne salva davvero pochi. Nel gruppo dei 31 che potranno rafforzarsi e crescere, ci sono tutti i gate delle città più importanti, da Roma Fiumicino e Ciampino, a Milano Malpensa e Linate. Il Nord prevale con 10 scali, seguono le Isole con 8 aerostazioni, il Centro ne ottiene 7. Ma accanto ai promossi ci sono bocciature che lasciano ferite profonde in alcuni territori: un caso di scuola è quello di Perugia. Una struttura appena inaugurata, costata 42,5 milioni, inserita nel programma del 150° dell’Unità d’Italia. Tutto inutile, visto che lo scalo è fuori dal dossier principale.
Le reazioni dei politici al Piano dal Pd al Pdl – sono durissime: il Partito democratico intima al ministro di spiegare in Parlamento i criteri di scelta mentre il presidente della Toscana Enrico Rossi, il sindaco di Pisa Marco Filippeschi e pure Matteo Renzi da Firenze chiedono lumi sull’esclusione di Firenze e Pisa dalla lista. Il governatore
della Campania Caldoro difende Grazzanise; mentre il Comune di Viterbo chiederà i danni per la mancata edificazione dello scalo.
Il ministro Passera, comunque, non si presta alle polemiche e parla di «uno strumento importante per avviare il riordino di un settore per noi strategico, favorendone lo sviluppo e il recupero di efficienza ». Questa rivoluzione colpirà, senza dubbio, alcune realtà più piccole perché lo Stato chiuderà ogni rubinetto utilizzato per pagare gli scali minori. Chi vorrà, potrà tenere aperte le piste a condizione di pagarsi gli oneri. E non tutti i Comuni, come ricorda il commissario dell’Enac Vito Riggio, «saranno disposti a rinunciare ad un asilo nido per lasciare aperto un piccolo scalo».

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